T ra il X e XI secolo Portici era un piccolo casale che solo agli inizi del XV secolo, e precisamente nel 1415, divenne "tenuta", assoggettata, per volere della Regina Giovanna II, al nobiluomo e avventuriero napoletano Sergianni Caracciolo, al quale la cedette, insieme ad altri territori vesuviani, in cambio di denaro. Iniziò in questo modo la subalternità di Portici e dei casali vicini ad un unico dominatore.

Prima tenuta, poi Capitania dal 1454, Portici divenne feudo nel 1638, quando Anna Carafa, viceregina e già Capitana di Portici, acquistò i casali vesuviani messi in vendita dal Re.


Il feudatario acquistava non più solo un titolo di sfruttamento ma un vero e proprio titolo di proprietà, con diritti e prerogative assai più importanti e vessatori nei confronti delle popolazioni.
L'epoca feudale fu, per alcuni periodi, assai buia per i porticesi come durante la dominazione dei crudeli fratelli Troise, ai quali la famiglia Carafa concesse in fitto i feudi vesuviani dal 1671 al 1674. Il periodo feudale fu duro non solo perché iniquo e liberticida, ma anche per le catastrofi naturali che si verificarono.
Terribile fu l'eruzione del Vesuvio del 1631, seconda per violenza a quella del 79 d.C. L'incubo cominciò il 15 dicembre 1631, quando la terra tremò e nel cielo si profilò una strana nube che presto crebbe a dismisura, tramutandosi in una colonna di fumo. Il 17, mentre il terremoto spaccava case e strade, il cono del Vesuvio si spezzò al centro e ai lati: scesero verso i centri abitati quindici milioni di metri quadrati di lava che causarono la morte di quattromila uomini e seimila animali. i senzatetto furono più di quarantamila. Padre Orso, lo studioso che dimorava nella casa dei gesuiti (oggi scuola media M. Melloni), era anche un dotto epigrafista ed ebbe dal viceré l'incarico di comporre il testo di due lapidi in latino da incidere in marmo a perpetua memoria della sciagura e a monito delle generazioni future.
La prima fu murata al confine fra Torre del Greco e Torre Annunziata. L'altra a Portici, di fronte all'attuale via Giordano, e successivamente venne spostata all'imbocco della via del Granatello - oggi Gianturco- dove ancora si trova.
L'epigrafe porticese, detta Epitaffio, è il primo manifesto di protezione civile apparso al mondo: un invito solenne a non sottovalutare la minaccia del vulcano.


Portici si liberò dal gioco feudale stringendo un patto di alleanza con le vicine università (antico nome dei Comuni) di Resina e Torre del Greco.
Prima torresi e resinari nel 1696, poi i porticesi nel 1698, per invocare il proprio diritto di prelazione qualora il feudo fosse stato messo in vendita, inviarono una supplica al viceré, suggellata da ottantadue firme, in cima quelle degli avvocati Benigno Cepollaro, Ascione e Luciano, e del notaio Nicola Cepollaro.
Il 17 dicembre 1698 porticesi, resinesi e torresi reclamarono insieme il diritto di prelazione sull'acquisto della loro terra e si raccolsero in ogni famiglia i fondi necessari per il riscatto feudale.
Il diciotto maggio 1699 il presidente della Reggia Camera della Summaria, don Michele Vargas Macciucca, decretò che Portici, Resina e Torre del Greco fossero sciolte dal vincolo feudale.
Le campane suonarono a festa, dovunque ci furono manifestazioni di gioia. Per la prima volta nella loro storia i porticesi si radunarono in un'assemblea aperta con facoltà di decidere autonomamente del loro destino. Fu scelto un antico luogo di riunione, detto LO Furno, all'imbocco dell'attuale via Università, a destra, davanti al palazzo su cui e murata la lapide con le tabelle fiscali.
La libertà dei nostri avi costò 106.000 ducati.
Il periodo aureo di Portici, libera ed autonoma, inizia nel 1699 con il Riscatto baroniale e si consolida, nel 1738, quando Carlo III di Borbone decise di costruirvi la propria residenza estiva.
Attorno al Palazzo reale l'aristocrazia napoletana fece edificare le proprie residenze "di delizia" dando vita al fenomeno architettonico noto come "Ville Vesuviane del Miglio D'Oro".