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Vesuvio

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Gli Insediamenti Antichi

 

Besùbio, Bèsbio, Besùvio, Vesùbio, Vesèbio, Bèbio, Vèsvio, Bèmbio, Bìsvio, Vèsulo, Vesùro, Mèvio, Mèulo, Esbio: sono i nomi originari dati dagli antichi al Vesuvio. Sebbene essi derivino tutti dalla radice ves, "fuoco", non sempre il vulcano è stato riconosciuto come tale.

 

I latini lo chiamavano Iuppiter Vesuvius, Iuppiter Summanus sul modello dell'olimpo, isolato, come appariva sulla vasta pianura campana sia dal mare che dall'interno.

Ma il riferimento mitologico più chiaro è la dedica di Bacco, ampiamente giustificata dalla presenza di vasti vigneti e dalla produzione del vesuvinum, come risulta da scritte rinvenute su alcune anfore a Pompei, forse destinate all'esportazione. Di questo nettare fu in dolce schiavitù non solo Bacco, ma anche Ercole: in una statuina esposta in una sala della Casa dei Cervi (Ercolano Scavi) il semidio Ercole, fondatore della città di Ercolano, è raffigurato in preda dei fumi del vino.

Al vino e a Bacco sono legati soprattutto i misteri orfici, che sembra siano stati praticati nella Villa dei Misteri di Pompei, impreziosita da affreschi con scene di inquietanti iniziazioni, che attendono ancora di essere svelate.

Le pendici del Vesuvio tra lo scomparso fiume Sebeto a nord ed il fiume Sarno a sud sono state densamente abitate e coltivate da Osci, Sanniti, Greci, Etruschi già prima dei Romani; ma furono questi ultimi a colonizzare sistematicamente penetrandovi con due importanti arterie: la via Nocera (Nocera - Napoli) in direzione nord - sud e la via Nolana (Nola - Pompei) in direzione est - ovest. Su queste si svilupparono i principali centri economici e commerciali: Pompei, Ercolano, Stabia ed una fitta rete di ville rustiche.

Tutto ciò che fu il risultato di enormi investimenti, iniziati ai tempi dell'imperatore Augusto, ad opera dello Stato, che costruì le vie di comunicazione e colonizzò i fondi rustici assegnandoli ai veterani, e ad opera di numerosi funzionari imperiali che, arricchitisi amministrando le provincie, vi crearono grandi aziende agricole.

Un territorio, dunque, già nel passato popolato in modo pressoché omogeneo con centri urbani, ville rustiche e masserie che costituivano la rete produttiva dell'hinterland vesuviano. Una vera e propria città diffusa, in largo anticipo rispetto alle concezioni dell'urbanistica moderna.

Strabone (63 ca a.C - 19 ca d.C), storico e geografo greco, che viaggiò moltissimo in Asia e in molte parti della penisola italiana, ci fornisce una dettagliata descrizione del Vesuvio nella sua opera principale in 17 libri, Geographia:

Il Vesuvio è una montagna rivestita di terra fertile e alla quale sembra che abbiamo tagliato orizzontalmente la cima; codesta cima forma una pianura quasi piatta, totalmente sterile, del colore della cenere, nella quale si incontrano di tratto in tratto caverne piene di fenditure, formate da pietre annerite come subito l'azione del fuoco; di modo che si può congetturare che là vi fosse stato un vulcano il quale si è spento dopo aver consumato tutta la materia infiammabile che gli serviva d'alimento. Forse è questa la causa cui dobbiamo attribuire la mirabile fertilità delle pendici della montagna.

Sebbene Strabone avesse intuito la natura vulcanica del luogo, i vesuviani non sempre ne furono consapevoli, anche per la distanza temporale intercorrente tra una eruzione e l'altra. Nel 73 a.C., ad esempio, se il vulcano fosse stato attivo, Spartaco e i suoi non si sarebbero potuti rifugiare sul Vesuvio, né ridiscendervi utilizzando tralci di vite. Il Vesuvio infatti si presentava, secondo le descrizioni di Lucio Anneo Floro (II secolo d.C.), come un tranquillo monte tronco - conico con al centro una vasta conca del diametro di un chilometro e mezzo, pieno di vigneti.

Spartaco con i suoi compagni, in numero di 70 e più, spezzate le catene del ludo gladiatorio di Lentulo, in Capua, fuggì dalla città e, chiamati altri schiavi sotto le sue insegne, riuscì a raccogliere oltre 10.000 combattenti. Frattanto sbaragliarono una prima spedizione inviata contro di essi da Capua; ne presero le armi e le vesti e, abbandonando le divise dei gladiatori, assunsero vesti ed armi militari. Poi si diressero al Vesuvio, che ad essi sembrò come una rocca donde potevano sorvegliare le truppe spedite contro di loro e sostenere gli assalti in migliore posizione. Dal lato settentrionale verso cui erano diretti venendo da Capua, non si poteva salire sul monte se non per un vallone stretto ed angusto; altrove vi erano rupi scoscese e boschi di viti selvatiche. Intanto i soldati romani erano venuti per sconfiggere i fuggitivi, ma perché li scorsero in posto più vantaggioso e forse anche in maggior numero, credettero meglio assediarli e prenderli per fame. In tal modo l'unico vallone era sbarrato, e la vetta del monte scendeva a precipizio sul versante opposto. Ma Spartaco escluse la vigilanza e il disegno degli assedianti. Fece costruire delle scale e delle funi con le viti selvatiche di cui era rivestita la cima del monte, e delle gole dell'orlo della cavità del monte fece discendere le scale e le corde nella pianura sottostante, meno uno che rimase sull'orlo a custodia delle armi. Quando tutti furono discesi, l'ultimo rimasto sulla vetta buttò giù le armi, e poi discese anche lui senza che gli assedianti si accorgessero di tale manovra. Indi i gladiatori, girando per le pendici  orientali ed occidentali del monte, chiusero i soldati romani in una tenaglia, e li ammazzarono; poscia continuarono la loro ira sulle città circostanti, saccheggiarono Tara, Nola, Nocera, Turi, e Metaponto, dove furono fatti prigionieri.

Neppure i frequenti terremoti, verificatisi già un decennio precedente al 79 d.C., misero in allarme i vesuviani. Nelle Naturales Quaestiones, Seneca ne descrisse il primo, che fu il più forte, avvenuto il 5 febbraio del 62 d.C., esso distrusse Pompei i templi di Giove e di Apollo nel Foro, mietendo diverse vittime.

Abbiamo saputo che Pompei, celebre città della Campania, verso cui da una parte converge il lido di Sorrento e di Stabia e dall'altra quella di Ercolano, mentre dinnanzi la cinge un ameno seno marino, è stata devastata, insieme ai paesi adiacenti, da un forte terremoto . E per di più tale terremoto è avvenuto nei giorni invernali, quando, secondo le esperienze dei nostri maggiori, tali tempi sono esenti da questo pericolo. E' avvenuto infatti ai 5 febbraio, e ha desolato la Campania, che del resto, non è mai sicura da simili disastri. Una parte di Ercolano è caduta e le case rimaste in piedi sono pericolanti; anche Nocera, se non rovinata, non è neppure salva. A Napoli sono cadute case private ed edifici pubblici. Moltissimi altri paesi ebbero a soffrire.

I danni del sisma furono gravissimi, secondo la testimonianza del ministro di Nerone, soprattutto Ercolano e Pompei , ma anche a Napoli; infatti il teatro della città crollò qualche tempo dopo, per una lieve scossa, dopo un'esibizione dell'imperatore Nerone.

La presenza di materiali da costruzione rinvenuti durante gli scavi nei pressi degli edifici attestano che dopo 17 anni le riparazioni nella città non erano ancora ultimate, a causa della gravità dei danni subiti e per gli interventi, non sempre previdenti, di sopraelevazione. Anche alcuni giorni prima del 24 agosto del 79 d.C. la terra tremò, ma nessuno potè presagire la terribile eruzione.