L'origine
di Treviso,non sono ancora ben note, così come anche il suo
nome. C'è chi lo accosta al celtico tarvos che vuol dire
(toro), chi a Trev che in lingua gallica sta a
significare (villaggio in legno), chi a Tre-Vis di cui
resta, come testimonianza, la figuretta a tre facce collocata
davanti alla sede municipale di Ca' Sugana.
Il riferimento più attendibile rimane comunque quello derivante dal latino Tre-Visus riferito a tre alture corrispondenti alle attuali Piazza Duomo, Dei Signori e S. Andrea. Di sicuro, è che Treviso ebbe origini fluviali e questa sua caratteristica segnò nel tempo le sue vicende geostoriche e paesaggistiche (Tessari). Treviso capoluogo della Marca Trevigiana, è caratterizzata da una cinta muraria eretta nel 1509 e da un sistema idraulico che la circonda e l'attraversa.
Le mura comparvero per la prima volta in epoca romana a Treviso ed hanno un perimetro rettangolare. Nel 1164 l'imperatore Federico Barbarossa concede di fortificare la città: la cinta medievale ha un perimetro più ampio e quattordici porte. Oggi sono rimaste le mura cinquecentesche con tre porte che furono costruite per volontà dei trevigiani e dei veneziani (che allora dominavano la terraferma) per salvare la città, ma sopratutto per costituire un fondamentale baluardo per Venezia contro gli eserciti della Lega di Cambrai. nel 1509 la Serenissima Repubblica iniziò la costruzione delle mura rinascimentali di Treviso. Il sistema difensivo medievale a torri, venne sostituito dalla difesa radente con mura massicce, poche porte e tabula rasa dei borghi della periferia; in questo modo il nemico veniva a trovarsi allo scoperto, facile preda dei trevigiani. All'interno delle mura vi era un fitto intreccio di cunicoli e casematte disposte in modo tale da collegare i difensori tra di loro e, nello stesso tempo, mantenerli al riparo dai colpi dell'artiglieria nemica. Tutto ciò oggi non è più visibile, ma quello che resta dell'esterno fa ben capire che la città era circondata da un sistema difensivo molto efficiente. In gran parte fu conservato il tracciato delle mura trecentesche correggendo il percorso con rettifili e bastioni; vi furono invece degli allargamenti sia a nord-ovest, per includere i quartieri di Santi Quaranta , che a oriente (attuale borgo Cavalli) per comprendere l'aria dove si erano ritirate l popolazioni cacciate dalla distruzione dei borghi esterni.
Di tutta la cinta muraria, oggi, la parte meglio conservata è quella che va da Porta Santi Quaranta a Porta San Tommaso anche se sia i mattoni che la cordonata in pietra, appaiano molto sbrecciati per l'incuria e l'esposizione a tramontana. Questa parte inoltre costituisce, dal lato paesaggistico e ambientale una delle zone più belle della città: il terrapieno delle mura è un lungo viale fiancheggiato da ippocastani, l'ideale per un po' di footing, una rilassante passeggiata o per un'uscita romantica. Nella zona dell'attuale ferrovia, resta ben poco della vecchia cinta muraria causa l'apertura di un varco fronte stazione quindi ciò potò, alla distruzione del castello e la mutilazione del baluardo sottostante. Delle tre porte cinquecentesche, quella di San Tommaso è la più bella e maestosa.
La sua costruzione avvenne nell'anno 1518, come indicato sulla facciata esterna. Eretta in solo dieci mesi dal podestà Paolo Nani che desiderava chiamarla Porta Nana; non essendogli concesso si limitò nel far apporre sulla singolare copertura a cupola, la statua di San Paolo in onore del suo santo protettore. La porta fu dunque intitolata a San Tommaso Becket al quale gli era già stata intitolata una chiesetta nel borgo all'interno della porta stessa. La sua costruzione fu affidata a Guglielmo Bergamasco che divise la facciata in tre settori. Nel settore centrale si apre il grande arcone d'ingresso sormontato da un leone alato in pietra d'Istria tolto da un punto non precisato delle mura; quello preesistente, era stato distrutto dai francesi nel 1797. Ciascuno degli altri due settori possiede un piccolo ingresso e, sopra questo stemmi e trofei d'armi. La facciata interna è molto più semplice dell'altra ma la scritta di augurio sopra l'arcone d'ingresso, che sul lato esterno è in lingua, è quì espressa in latino "Dominus Custo diat Introitum Ed Exitum Tuum", come a voler sottolineare la differenza culturale esistente tra i trevigiani di campagna e quelli di città. Porta San Tommaso è stata e continua ad essere un fondamentale punto di riferimento per la città: nodo di svincolo delle più importanti direttrici stradali verso nord e, nei giorni di mercato, luogo d'incontro animato e vivace. Dalla porta San Tommaso, passiamo alla porta Santi Quaranta.
Porta Santi Quaranta che introduce nel borgo, è stata costruita nel1517 sotto il podestà Andrea Vendramin che la orno nel suo stemma. La facciata esterna, più elegante di quella verso la città, è caratterizzata da un'estrema purezza di linee architettoniche e da una grande semplicità di elementi. E' scompartita da quattro pilastri in pietra d'Istria, con alto zoccolo, che che sorreggono la trabeazione. Ad impreziosire gli spazi tra un pilastro e l'altro, oltre allo stemma del podestà Vendramin, vi sono quelli della città e del doge Leonardo Loredan. Al centro vi è il grande arco d'ingresso sopra il quale e sito il bel leone Veneto di Annibale De Lotto, posto nel 1909 a cura dell'associazione Tarvsium-Venetiae, in sostituzione di quello distrutto dai francesi. Ai lati dell'arco centrale, altri due piccoli portali: quello di sinistra è sormontato da un'iscrizione dedicata a Bartolomeo D'Alviano, uomo d'arme che collaborò alla costruzione e al completamento della cerchia muraria cinquecentesca: "Bartolomeo Liviano veneti exercitus imperatore designante idemo comprobante Senatu"; sopra quello di destra invece, sono ancora evidenti le tracce della lapide dedicata a se stesso dal podestà Andrea Vendramin. Secondo il Cima, tale iscrizione venne scalpellata nel 1691 per ordine della Serenissima Repubblica e, da allora, la porta Vendramina riprese il suo originario nome di Porta Santi Quaranta. La terza ed ultima porta, la Porta Altina, cronologicamente, fu la prima delle tre porte ad essere costruita.
Venne eretta negli anni1513/14 quando podestà era Sebastiano Moro e fu chiamata così perché da essa entrarono i profughi che venivano dalla vicina città di Altino distrutta da Attila. E' molto differente dalle altre due porte (S.Tommaso e Santi Quaranta) conserva infatti l'aspetto severo della porta -torre trecentesca. Sul lato interno risulta quasi impercettibile la presenza di una porta d'accesso alla città; sembra piuttosto un palazzetto residenziale. Sulla facciata esterna invece e ben visibile la torre completamente in mattoni a vista e con la fascia marcapiano in pietra che individua 'originaria presenza di un balconcino per la difesa dell'entrata. Il Portale in pietra occupa quasi interamente la larghezza della facciata ed è contornato da due leggeri pilastri fiancheggiati da due stemmi e sorreggenti una trabeazione sopra la quale campeggiava il leone alato. Attualmente porta Altina risulta decentrata rispetto alla rete di comunicazione viaria; fin dall'epoca della sua costruzione costituiva invece un passaggio molto frequentato e obbligato per coloro che volevano raggiungere Venezia. Nella Treviso medievale, allorquando venne concesso ai cittadini il permesso di edificare case di pietra con mattoni sul tetto, si andò a gara nel costruire torri che sovrastavano la città in segno di potenza delle famiglie più in vista.
Di queste torri, la cui iconografia è stata abbondantemente in passato, raffigurante anche 'antico stemma della città (tre torri nere in campo bianco), ce ne rimane soltanto qualche esempio; la Torre del Visdomino in via Cornarotta acqistata nel 1500 da Bartolomeo Burchelati che vi abitò e poi da Arturo Martini che vi fece il suo studio d'artista, la Torre della famiglia Oliva in via Paris Bordon, la Torre Rossignona in Calmaggiore e il Campanile del Duomo, che in origine era l'abitazione dei Tempesta, signori di Noale e avogari del Vescovo di Treviso.
I Portici E I Barbacani I portici e i barbacani, cioè quelle sporgenze delle case sorrette da mensole e prive di colonna d'appoggio, sono una delle principali caratteristiche di Treviso medievale.
I portici risalgono al 1164 anno in cui Federico Barbarossa, con uno speciale "diploma", concesse ai trevigiani la facoltà di costruire, fra l'altro, case in muratura con portici nelle vie principali della città: "porticus in viis regalibus edificare". A distanza di settecento anni però, questi criteri edilizi non sembrano mutati, perchè ancora oggi, dentro e fuori le mura cinquecentesche, si imita la morfologia degli antichi barbacani e si continua a costruire case con portico. Il centro storico è un collage di portici; su quelli più antichi fregi, capitelli, stemmi araldici, raccontano le vicende della città e, contemporaneamente, le decorazioni delle formelle in cotto e gli affreschi li impreziosiscono e li vivacizzano. Nel corso dei secoli si sono succeduti nelle forme più svariate: quelli massicci delle costruzioni medievali, quelli che si specchiano nell'acqua, quelli ad arco acuto del Tre e Quattrocento, quelli più esili del Rinascimento, quelli strettissimi e quelli più ampi, fino a quelli neogotici del periodo Liberty o più severi e rigidi dell'epoca moderna. Confortevole riparo dalla pioggia e dal sole, i portici sono anche, come storica espressione delle abitudini dei trevigiani, luogo adatto per tranquille passeggiate e lieti conversari.
Treviso, Città Dipinta La mancanza di pietra da taglio ha fatto nascere a Treviso la necessità di affidare la parte decorativa alla pittura anziché alla scultura: ecco la ragione dello splendore delle facciate affrescate delle case, che diede a Treviso l'appellativo di "urbs picta" (di cinquecento siti affrescati ne restano circa la metà).
Alcune di queste decorazioni ci sono pervenute in buono stato di conservazione, ma con un po' d'immaginazione e facile rendersi conto di quanto più vivace e variopinta fosse la città di Treviso quando gli affreschi avevano ancora i colori intatti. Le costruzioni erano dipinte sia all'interno che all'esterno e, da principio, le decorazioni erano a motivi geometrici,elegantemente evolventi in finte tappezzerie. Nel cinquecento la cultura umanistica sostituì a poco a poco questi motivi con figure allegoriche e scene mitologiche e storiche inserite in paesaggi o prospettive che allargavano illusionisticamente le strade. Accoppiato alla decorazione ad affresco, l'uso del cotto abbelliva ulteriormente l'intera costruzione. Accanto a tutti questi motivi ornamentali, è frequente la raffigurazione del monogramma di San Bernardino da Siena, spesso in affresco, vissuto nel XV secolo, soleva predicare tenendo in mano un'asta sopra la quale era posta un'ostia consacrata. I Trevigiani furono così entusiasti della sua predicazione che diffusero il duo simbolo sulle facciate delle loro case: una ostia con lettere JHS (Jesus Hominum Salvator) circondata da un sole raggiante. La città di Treviso è un insieme di cicli artistici oltre che di stili civili affrescati. Si ricorderà Santa Cristina, San Nicolò, il comlesso del Duomo, il Monte di Pietà, per ricordare i più notevoli. La peculiarità di Treviso come città d'arte sono, come si diceva anche le case affrescate. Le prime attenzioni sul tema avvengono con Cavalcaselle nell'Ottocento e proseguono sino alle due guerre mondiali ove le distruzioni richiamarono all'attenzione dell'immane perdita. Il Botter, in particolar modo, dedicò parte della sua vita allo studio ed al recupero del patrimonio affrescato. Alla luce di nuovi studi, la città si pone crocevia tra le due grandi capitali d'arte del veneto quali furono prima Padova con Squarcione Mantegna e i Fiorentini e quindi Venezia con i Vivarini ed i Bellini. Treviso tuttavia aveva già avuto il grande Tommaso da Modena e dopo di lui un lungo elenco d'artisti che affrescarono letteralmente case e chiese. Nel recente studio di Giuliano Martin (Giorgione negli affreschi di Castelfranco, Electa ed., Milano 1993), si ipotizza addirittura una giovanile attenzione se non una presenza del Giorgione negli affreschi trevigiani, prima dei suoi affreschi a Castelfranco e a Venezia. Il discorso su Giorgione a Treviso non è comunque così remoto se riscopriamo il lascito del vescovo Alvise Molin (Treviso 1595-1604), fonte che a proposito del "Cristo nel Sepolcro" legato al monte di pietà dice: "... dal Giorgione per la famiglia Spinelli da Castelfranco". Fontana Delle Tette
L'opera fu iniziata nell'anno 1559, addossata alla Grande Loggia degli Incanti, cosiddetta perché ivi si tenevano le aste, sotto al Palazzo Pretorio. Si trova all'incirca al centro del primo arco del sottoportico del Calmaggiore venendo da Piazza Dei Signori e dopo il vicolo del Podestà. L'originale, fortemente mutilata, si trova ora nel cortile di Casa da Noal in Via Canova. Una copia della predetta fontana è stata costruita in pietra d'Istria e collocata nella Galleria della strada Romana e dalla quale zampilla acqua fresca prelevata dall'acquedotto comunale. L'originale, invece, con ingegnosi congegni, prelevava l'acqua dal fiume Cagnan e serviva per dissetare i cittadini. Dal 1559 finoalla caduta di Venezia ogni anno e per tre giorni consecutivi offriva vino bianco e nero alla cittadinanza in onore del Podestà con sommo sollazzo di tuti.
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