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La Reggia

 

 

 

 

 

 
La Reggia di Caserta è uno dei più fastosi e splendidi palazzi che mai sovrano abbia fatto costruire per sé.

Appena varcato l'ingresso, si ha subito l'impressione di entrare in un palazzo di fiaba. La storia ha inizio il 28 agosto 1750, quando Carlo III di Borbone, re delle Due Sicilie, a soli 18 anni, acquista dagli eredi della famiglia Caetani Aquaviva il territorio pianeggiante, ai piedi dei monti Tifatini, dove si trovavano un piccolo villaggio, ed una torre piramidale: un "Torrazzo". Il costo della traslazione, come si rivela dai documenti dell'epoca, fu di 489.343 ducati, ma la spesa fu ritenuta necessaria, perché realizzava il progetto che da qualche tempo il sovrano accarezzava. L'iniziativa non voleva limitarsi al sogno di realizzare una Reggia che competeva  con Versailles, ma puntava a dare al regno una nuova capitale, lontana dal mare e dalle offese che da questo potevano venire, com'era già dimostrato dalla flotta inglese nel 1742, quando aveva minacciato di bombardare Napoli. Come avverrà oltre mezzo secolo dopo, quando ad ormeggiare nelle acque di Napoli si presentò Nelson con le sue cannoniere e costrinse alla resa i capi della Repubblica Partenopea del 1799, impiccando al più alto pennone della sua ammiraglia Francesco Caracciolo.

Dunque, un progetto ambizioso, per il quale si rendeva necessario assumere un architetto all'altezza del compito. Il re volse lo sguardo a Roma, dove primeggiavano le figure di Ferdinando Fuga, (già impegnato oltre ogni limite alla costruzione dell'Albergo dei Poveri ed alla maestosa antistante piazza), Nicola Salvi, (impegnato alla lavorazione della pontificia Fontana di Trevi), e Galilei. Fu proprio dal Papa, (Benedetto XIV), che Carlo di Borbone, destinato a salire al trono di spagna col nome di Carlo III, ricevette il consenso di assumere un architetto napoletano, d'origine olandese, che stava lavorando alla preparazione del Giubileo del 1750: Luigi Vanvitelli. E' opportuno evidenziare qualche dato biografico dell'architetto se si vogliono chiarire alcuni aspetti della sua opera. Figlio di vedutista olandese Gaspar Van Wittel, Vanvitelli, nacque a Napoli nel 1700 e fino al 1730 circa esercitò l'attività di pittore come il padre, dal quale ereditò la cristallina chiarezza delle strutture architettoniche e la sua razionalità del suo concetto spaziale.

A Roma eseguì gli affreschi con figure illusionistiche nella cappella delle reliquie di Santa Cecilia in Trastevere, e lavorò come scenografo al teatro Caprinica  e al teatro della Pace.

Formatosi nel solco della tradizione barocca e tardo barocca romana (Bernini, Borromini, Pietro da Cortona), fu affascinato soprattutto dall'insegnamento di Filippo Juvara, amico di suo padre. Dopo essere stato collaboratore di Nicola Salvi, potè affermarsi come architetto quando, per incarico di Clemente XII, iniziò il restauro di numerosi edifici, prima in territorio marchigiano poi nella stessa Roma.

I contatti con il Vanvitelli, allora già cinquantenne, e il re, per la costruzione della Reggia di Caserta, ebbero inizio nello stesso 1750. Dopo un accurato sopralluogo del territorio casertano, nel febbraio del 1751, il Vanvitelli conferì con il re, e il 22 maggio dello stesso anno, ricevuto nel palazzo di Portici, presentò i disegni fondamentali per la costruzione della Reggia di Caserta. Il successo fu strepitoso.

La posa della prima pietra avvenne il 20 gennaio del 1752, oltre alla presenza del sovrano, della regina Maria Amalia di Sassonia c'erano anche degli alti dirigenti di corte.

I lavori procedettero alacremente fino al 1759, anno il quale Carlo di Borbone salpò alla volta della Spagna, per succedere sul trono del fratello Ferdinando VI. Il re fece in tempo a vedere compiuti i Ponti della Valle, superbi archi che gareggiavano con i monumentali acquedotti romani, il primo piano del Palazzo ed il parco appena abbozzato. Purtroppo, gli impegni spagnoli, distraggono il re dalla sua Napoli e dalla sua Caserta.

Da quel momento i lavori procedono stancamente, perché sul trono di Napoli, Carlo lascia il terzogenito Ferdinando IV, di appena otto anni, sotto la tutela di un Consiglio di Reggenza presieduto dal primo ministro Bernardo Tanucci.

Il reggente preso da una politica di rigorosa economia, si mostra poco sensibile alle richieste dell'architetto ma l'eruzione del Vesuvio del 1767, spaventa tanto il re che risiede a Portici, che si da una nuova spinta ai lavori, rivalutando l'esigenza di una dimora più sicura.

L'anno successivo, per il suo matrimonio con Maria Carolina d'Austria regina di Francia, Ferdinando avrebbe voluto utilizzare il teatro di Caserta ma ciò non gli fu possibile perché ancora non avevano portato a termine le decorazioni. A Caserta gli sposi trascorrono pochi giorni, solo per assistere all'inaugurazione della cascata grande nel parco.

I lavori per la costruzione della Reggia proseguirono a fasi alterne, per tutto il secolo XIX.

Sulla scorta di meticolosi documenti di corte la spesa, per la maestosa costruzione, fu di dodici volte e mezzo il costo di tutto il territorio, e cioè: 6.133.507 ducati.

La direzione tecnica era composta dal Direttore Generale e due aiutanti, Pietro Bernasconi  era il capomastro di un'ingente schiera di maestranze, senza risparmiare donne e ragazzi, accanto ai quali furono impiegati i forzati e gli schiavi, fatti prigionieri dalle navi regie sul mediterraneo o lungo la costa libica (Soprintendente Gian Marco Jacobitti).

Accurata fu anche la scelta dei materiali: il tufo di San Nicola, il travertino di Bellona, la calce di San Leucio, la pozzolana da Bacoli, il leterizio da Capua, il ferro da Follonica, il marmo grigio da Mondragone e quello bianco da Carrara.

Oltre la Reggia  il Vanvitelli progettò un accesso da Napoli altrettanto monumentale e maestoso, un grande vialone, (oggi Viale Carlo III ), che si innesta su un doppio emiciclo che forma la grande Piazza Carlo III, e del quale si scorge, fin da lontano, la facciata della costruzione, che appare d'un delicato rosa che si staglia sull'azzurro del cielo ed il verde delle colline.

Il 1° marzo del 1773 Luigi Vanvitelli muore, nella sua casa di Caserta, dimenticato da tutti viene sepolto nell'umile chiesa di San Francesco Di Paola, accanto al "suo" superbo palazzo, che non era ancora ultimato.

Soltanto nel 1847, a distanza di quasi un secolo dalla posa della prima pietra, è ultimata la sala del trono; l'opera poteva considerarsi compiuta, anche se con qualche rimaneggiamento rispetto all'originario disegno Vanvitelliano.

Oggi la Reggia di Caserta è fra i monumenti più visitati in Italia. Su una pianta rettangolare, con quattro cortili uguali, il palazzo Reale di Caserta copre un area di 44.000 metri quadrati. Il lato maggiore misura 240 metri, quello minore 190, per un'altezza di 41,50 metri.

La costruzione ha due piani interrati e sei sopraelevati, dei quali due definiti nobili, perché destinati alla famiglia reale, il piano terra ha la stessa altezza dei piani nobili, gli ammezzati tra i vari piani e il sottotetto sono di altezza inferiore, conta milleduecento stanze illuminate da millesettecentonovanta finestre.

Le dimensioni monumentali, la compattezza e la sobrietà della linea le conferiscono quel senso di robustezza e maestosità che riflette l'idea di regalità del sovrano che l'ha voluta.

Dai progetti originali del Vanvitelli, risulta che alcune parti non furono mai eseguite, come le quattro torri angolari e la cupola centrale con l'osservatorio.

Non furono realizzate la gigantesca statua equestre di Carlo di Borbone sulla sommità della costruzione e le quattro statue che dovevano ornare l'ingresso principale, oltre a tutte le statue previste lungo la balaustra del cornicione e quelle che dovevano ornare i cortili, gli androni e i vestiboli. Dall'atrio si entra nelle stanze reali che si suddividono in appartamento vecchio (fine XVIII secolo)ed appartamento nuovo (inizio XIX secolo). Non si può non restare colpiti dalla bellezza e dalla sontuosità delle sale di rappresentanza e di ricevimento, quasi tutte tappezzate con seta di San Leucio, ricche di preziose decorazioni, d'arazzi, di mobili e specchi, che si snodano lungo ariosi corridoi e passetti, intorno ai quattro grandi cortili. Dalle prime sale degli Alabardieri e delle Guardie del Corpo si giunge nel salone di Alessandro e quindi alla Sala del Trono ed ad una serie di salotti e di stanze arredate da mobili stile impero. L'ala settecentesca è un vero e proprio museo dell'artigianato artistico partenopeo della fine del della fine del XVIII secolo. In essa si susseguono sale di ricevimento con affreschi ispirati alle quattro stagioni, salotti, "boudoir", riccamente decorati secondo gli stili tardo barocco o roccocò. L'affresco della sala di Alessandro il Grande, la Camera da letto di Francesco II e lo spettacolare scalone d'onore, (117 gradini, tutti realizzati in un unico blocco di pietra lumachella di Trapani), che ha visto sfilare nel 1994 i Capi di Stato intervenuti in occasione della riunione dei Sette Grandi. Tutto questo sono solo alcuni esempi della grandiosità del Palazzo vanvitelliano, che vanta anche una Biblioteca ricca di diecimila volumi. Il visitatore resterà inoltre stupefatto dalla varietà di stucchi e ori, marmi,della Cappella Palatina e del Teatro di Corte (unica opera che il Vanvitelli ultimò; infatti, il compito di terminare la costruzione e di definire il parco ancora in fase di progettazione fu affidata a Carlo Vanvitelli , figlio di Luigi), che continuano ad aprire i loro regali battenti per appuntamenti culturali di notevole valenza artistica. Una particolare attenzione meritano il Presepe napoletano con pastori d'epoca, e la "sedia volante", antenato del moderno ascensore, infatti, per evitare ai sovrani le faticose ascese lungo le ripide scale del palazzo, fu realizzata la "sedia volante" . Come guida alla gabbia della "sedia" furono poste quattro colonne, mentre il movimento della "sedia" era azionato da un meccanismo azionato a forza di braccia, consistente in un sistema di ruote dentate che svolgevano ed avvolgevano robuste corde di canapa.

Il monumento, nel corso degli anni, è appartenuto alla Casa Borbone per oltre un secolo: dal 1752 al 1860, anno in cui è passato ai Savoia fino al 1919. Dal 1926 al 1943 ha ospitato l'Accademia dell' Aeronautica Militare Italiana, il 27 aprile 1945 ha accolta i plenipotenziari firmati della resa d'Italia. Attualmente ospita la Soprintendenza ai Beni Ambientali Artistici Architettonici e Storici di Caserta (cui e affidata in consegna), l'Ente Provinciale del Turismo di Caserta, La Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, La Scuola Sottufficiali Ruolo Sergenti dell'Aeronautica Militare Italiana ed alcuni alloggi di servizio. 

La Reggia di Caserta ha avuto anche dei ruoli da primo attore in alcune importanti scene del film "Guerre Stellari episodio primo la minaccia fantasma" infatti, sono state girate proprio a Caserta nel 1997, all'interno della Reggia.

Il regista George Lucas, per ricreare gli ambienti del palazzo della sua Regina, ha scelto i più grandiosi e suggestivi scorci del monumento: il vestibolo ottagonale, lo scalone reale, gli imponenti finestroni e singoli dettagli della pavimentazione ad intarsio oltre ad alcune coperture in stucco. Anche nel magnifico parco della Reggia sono state girate alcune scene esterne del film. Con "Guerre Stellari atto secondo" la Reggia è tornata ad essere la reggia del fantastico, infatti il regista statunitense Lucas, l'ha preferita ancora una volta.

Nell'anno in cui uscì il primo episodio della saga del fantastico, il botteghino della Reggia registrò un impennata di visitatori, in ogni caso sempre numerosi.

Una delle invenzioni più felici del Vanvitelli sono le gallerie e i vestiboli allineati sull'asse dell'edificio e il compito pratico ed estetico a loro assegnato, intimamente connesso allo sviluppo della pianta centrale. il sistema di circolazione è reso perfetto dai passaggi radiali che collegano i vestiboli ai cortili e agli androni che, a loro volta, mettono in comunicazione i cortili fra loro e con l'esterno. Insomma un'equilibrata rete di passaggi e di piazzali che permettevano all'epoca  lo svolgersi di parate, balli sfilate e banchetti senza creare confusione, incidenti e ingorghi.

Il cuore del palazzo è il nucleo centrale, da cui si dominano tutti gli spazi aperti, ovvero i cortili e i corpi di fabbrica. L'asse centrale che collega il vestibolo dell'ingresso principale dal lato della piazza con quello del parco, è in perfetto allineamento con il vialone verso Napoli (oggi chiamato Viale Carlo III) e il cammino dell'acqua del parco. La galleria ha tre vestiboli di forma ottagonale a peristilio, coperti da calotte che poggiano su delle colonne, il vestibolo centrale è ampissimo e luminoso. La galleria è definita "il cannocchiale". Dal vestibolo centrale, a destra il maestoso scalone, vigilato da due possenti leoni marmorei, opera di Paolo Persico e Tommaso Solari. A sinistra, di fronte lo scalone, c'è la gigantesca statua dell' Ercole latino appoggiato alla clava, essa faceva coppia con un'altra statua identica ma contrapposta, oggi conservata al Museo Archeologico di Napoli. Entrambe sono copie romane di un originale greco, e provengono dal Palazzo Farnese di Roma e prima ancora dalle Terme di Caracalla. Sulla base della statua è incisa la scritta :"Gloria virtutem post fortia facta coronat" frase che certamente non si addice alla posizione assunta dal mitologico eroe. Su questa base, probabilmente doveva essere collocato il gruppo scultorio di Alessandro Farnese Loricato, incoronato alla vittoria dopo la conquista dei Paesi Bassi, sistemato negli appartamenti reali. In fondo, proprio di fronte, si vede il verde della della collina, con la grande cascata.

Appare chiara e stretta, la concentrazione creata creata per mezzo della galleria cannocchiale tra l'edificio ed il parco, per l'effetto ottico d'avvicinamento della veduta che vi si riproduce. Sempre percorrendo la galleria centrale si possono ammirare i cortili, vasti come piazze, i quali secondo i canoni dell'architettura vanvitelliana, non dovevano essere pozzi di luce chiusi ad essi, ma luoghi di passaggio o di sosta, penetrazioni della strada del palazzo, necessari allo svolgimento della vita di Corte. Tutto il complesso suggerisce l'idea di ordine e simmetria, una sosta di "classicismo di Stato" così com'era nelle intenzioni di Carlo, ma anche una forte compenetrazione tra il potere centrale e l'amministrazione dello Stato, tra la Corte e i suoi cittadini. In questo quadro austero e sobrio, la vigorosa architettura del Palazzo appare in tutto il suo valore monumentale, in cui volumi, colori, forme e superfici raggiungono un'insuperabile unità d'espressione.                   

Lo Scalone

Noto anche come "Scalone d'Onore", la scala regia rappresenta nella sua composizione architettonica una delle opere più belle concepite dal Vanvitelli, cominciando dalla sua posizione: a destra del vestibolo centrale.

Da essa ci si immette al peristilio centrale superiore su cui si aprono la Cappella Palatina e le due file di di Anticamere attraverso cui si accede agli Appartamenti Reali. Lo Scalone, luminosissimo, si presenta con una grande rampa centrale, ricavata da un solo blocco di marmo, che si sdoppia

successivamente in due elementi paralleli, a partire da un pianerottolo, su cui vigilano due leoni in marmo bianco, opera di Slari e Persico.

La sua magnificenza è dovuta ai colori dei marmi pregiati adoperati per i pilastri, alle eleganti volte che si raccolgono intorno ad una cupola, agli archi, alle cornici, alle tre arcate dalle quali si allaccia l'ordine della scala a guisa di pronao, facendone, senza dubbio, un esemplare unico.

"Concepito e realizzato come spazio culminante di tutto l'edificio (come descritto dal Soprintendente), presenta una graduale successione di tre diverse visuali, per ciascuna delle quali è prevista una conclusione prospettica." Infatti a metà del portico, sulla parte frontale dello scalone, la visione propone il fondale di marmo dove, tra pilastri e arcate, dominano le possenti sculture della Maestà Regia di Tommaso Solari, affiancata dalla Verità, di Gaetano Salomone, e dal Merito, di Andrea Violani.

Secondo il Vanvitelli, queste erano destinate a imprimere "con generoso aspetto, riverenza in chiunque" avesse salito lo scalone, e a significare anche "la forza della ragione e delle armi" che sosteneva il Regno del Borbone. La Maestà Regia, è rappresentata con le sembianze di Carlo di Borbone che cavalca un leone, simbolo di forza e potenza,

che regge in mano lo scettro "oculato", a rappresentare autorità e saggezza.

La Verità è immaginata come una figura femminile che poggia un piede sul mondo, mentre con l'indice punta il sole.

Il merito, invece, è rappresentato da una statua armata di una spada poggiata sulla spalla, con un libro nella mano destra.

Se si volge lo sguardo all'indietro, si coglie in un'unica contemporanea visuale l'esistenza dei due piani sovrapposti, quello del piano terra con la statua di Ercole, e quello del Vestibolo. Il Vestibolo prende luce da quattro finestroni aperti sul cortile, la pianta è ottagonale, che assume un movimento circolare nella parte centrale, la cui volta in spazi geometrici, è riccamente decorata. La definizione "Vestibolo" pare sia dello stesso Vanvitelli, in una lettera al fratello Urbano nel novembre del 1759; di certo, nei piani dell'architetto reale, si doveva trattare unicamente dello spazio dove terminavano le due rampe dello scalone, ma la sua grandiosità e le ardite soluzioni architettoniche, che destarono l'ammirazione del Re Carlo e di sua moglie quando lo videro durante i lavori in corso nel settembre del 1759, convinsero il Vanvitelli a chiamarlo "Vestibolo della Cappella", in seguito ridotto al solo appellativo di  "Vestibolo". Da quanto risulta da un'altra lettera del Vanvitelli al fratello Urbano, sempre più convinto dell'importanza dell'opera, dopo dieci anni della visita dei reali, fece interrompere i lavori in corso nella parte sottostante perché il Vestibolo non era stato ancora "ricoperto di volta".

La doppia, e immensa, volta ellittica dello scalone è aperta al centro da un loculo ovale, dove l'affresco su tela di Girolamo Storace raffigura la Reggia di Apollo.

Ai quattro angoli ci sono dei tondi raffiguranti le quattro stagioni, sempre dello stesso artista. Il cornicione che corre lungo la volta era destinato ad accogliere i maestri di musica durante i ricevimenti, che senza essere visti davano il benvenuto agli ospiti del Re. Una collocazione che anticipa il concetto della musica stereofonica proveniente da una fonte non visibile (l'orchestra, infatti, si trova completamente coperta rispetto agli ospiti).

La Cappella Palatina

Nel marzo del 1752 i reali Carlo e sua moglie Maria Amalia, cominciarono a parlare della costruzione del luogo destinato alla celebrazione dei sacri riti riti della famiglia reale. Solo nel settembre dello stesso anno, s'incontrarono con Luigi Vanvitelli per esporre le loro idee sulla posizione e sulla scelta dei materiali da usare per la costruzione della cappella. I reali avevano le proprie idee a proposito della costruzione, della collocazione e soprattutto dei marmi da utilizzare, per la cappella. Questo lo confidava l'architetto al fratello Urbano, al quale aveva esposto anche certe idee ardite, da parte dei reali, a proposito della futura Cappella.

Luigi Vanvitelli, sapeva certamente come fingere di assecondare i desideri di re Carlo, infatti, realizzò la Cappella Palatina secondo i suoi schemi e i suoi gusti. Le varianti più notevoli sul progetto da realizzare furono, in particolar modo, la sua posizione, l'interruzione, l'abside del colonnato, lo sviluppo orizzontale e la divisione equilibrata degli spazi.

"Ho ridotto il tutto in buona simmetria di Architettura", scriveva lo stesso Vanvitelli, già nel 1752.

Proprio nella costruzione della Cappella Palatina, la genialità del Vanvitelli si esprime sul piano artistico con un saggio di raffinato gusto neoclassico, nella misurata composizione degli elementi architettonici. La derivazione da quella di Versailles è palese, ma a chiunque gli facesse l'osservazione, il Vanvitelli rispondeva irritato "...non è la cappella di Versailles che mi ha costretto a far la loggia intorno, è stato l'ordine del Re, che ha voluto che la corte stesse tutto sotto il suo occhio, quando sono i corteggi e i baciamani". Alla Reggia di Versailles il re entrava direttamente nella sua tribuna, invece a Caserta, per prendere il suo posto, doveva accedere dall'unico ingresso del Vestibolo e salire la scala posta a destra. Il Re Carlo, spesso, usava vantare che i marmi utilizzati per costruire la Cappella, provenivano quasi tutti dal suo "Reame", infatti, ai marmi di Carrara delle balaustre si alternano quelli di Dragoni, di Vitulano di Mondragone e di Trapani, le cui cave erano di sua proprietà. Per il pavimento, invece, furono utilizzati marmi antichi e africani, proveniente dal Palazzo Farnese di Roma. L'altare vero e proprio non è stato mai realizzato, ma è rimasto al modello naturale di legno fatto dall'ebanista Rosz, che Francesco I ha fatto completare con le decorazioni e le dorature che oggi vediamo. La grande tela dell'Immacolata che sovrasta l'altare della cappella è un dipinto di Giuseppe Bonito. Purtroppo il bombardamento del 1943 ha distrutto i dipinti che c'erano sulle pareti della tribuna reale: la nascita di Sebastiano Conca, la Presentazione al Tempio dello stesso Bonito e lo Sposalizio di Raffaello Mengs. Nell'aria absidale, ai lati dell'altare dovevano essere collocati due organi, ma non sono mai stati realizzati. I vani oggi sono stati chiusi con tendaggi fatti in seta di San Leucio.

 

La cappella fu inaugurata alla presenza di Ferdinando IV la notte di Natale del 1784, senza la presenza della regina, perchè aveva partorito da pochi giorni la piccola Maria Antonia Teresa, per l'occasione fu il Natale 1849, quando il papa Pio IX, in esilio per i fatti della Repubblica Romana, celebrò la Messa.      

 

 

 

 

 

Gli Appartamenti Reali

Vanvitelli aveva progettato di distribuire nel piano reale otto appartamenti: uno per il re, uno per la regina, due per i principi secondogeniti ed uno per ciascuno per i principi e la principessa ereditari. Durante la costruzione del palazzo, la famiglia reale abitava nel palazzo baronale, oggi sede della prefettura.

Intorno al 1780, terminato l'appartamento dei secondogeniti, i sovrani vi si trasferirono.

Nel 1783 quando fu portato a termine un altro appartamento, il re per accelerare i lavori, ordinò che le pitture fossero simili a quelle esistenti nell'appartamento delle principesse: questa parte del palazzo prende il nome di Appartamento Vecchio ('700), per distinguerlo da quello realizzato successivamente, definito Appartamento nuovo ('800), che fu completato solo durante il regno di Francesco II.

Gli appartamenti Reali cominciano (a sinistra del Vestibolo) con cinque "Anticamere", che precedono la sala del trono.

La prima, La Sala Degli Alabardieri, ha le pareti decorate da leggeri pannelli di stucco. La luminosità della sala fa risaltare il bruno della pietra, l'oro delle corone, dei finestroni e dei gigli borbonici, i toni caldi della tela nella volta centrale, decorata da Domenico Mondo nel 1785, rappresentano il Trionfo Delle Armi Borboniche. Allo scultore Tommaso Bucciano, sono dovute le allegorie delle Arti Liberali: otto busti femminili disposti intorno alla Sala. Il pavimento in cotto dipinto a finti marmi, opera d'artigiani napoletani, ha fatto scuola fino ai giorni nostri consentendo il restauro delle parti che si deteriorano.

La seconda, è La Sala delle Guardie Del Corpo,

 

a colpo d'occhio si nota subito la ricchezza delle decorazioni a stucchi della volta, nella quale spiccano La Gloria Del Principe e Le Dodici Province Del Regno, di Girolamo Starace, contornate da un cornicione poggiato su lèsene di ordine ionico. Lungo le pareti sono allineati dodici bassorilievi, che raffigurano episodi della Seconda Guerra Punica. Di fronte alle finestre c'è il gruppo marmoreo cinquecentesco, di Simone Moschino, raffigurante Alessandro Farnese incoronato dalla Vittoria, portato a Caserta da Roma nel 1789. Questa Sala fu realizzata dal figlio di Vanvitelli, Carlo, che si mosse sui proggetti del padre, apportando di proprio le idee decorative.

Da questa Sala si entra nella Sala di Alessandro, questa anticamera era destinata ai non titolari, perchè era la prima, dopo di quelle destinate ai militari di guardia e la più lontana dalla Sala del Trono. Prende il nome dall'affresco sulla volta raffigurante le Nozze di Alessandro Magno e Roxane, di Mariano Rossi. Due tele ricordano il fondatore della dinastia: Carlo di Borbone alla Battaglia di Velletri e l'Abdicazione di Carlo a favore del figlio. La Sala ha subito molte peripezie nella realizzazione rispetto al progetto originario, ma è degna del palazzo con i suoi rivestimenti di granito, i bassorilievi il gran dipinto sulla volta e il ritratto di Alessandro sul medaglione del camino.

A destra della Sala d'Alessandro, si entra nella Sala Marte,

 

Soffitto Sala Marte

 

entrando così nell'Appartamento Nuovo. Questa sala era destinata ad accogliere: Titolati, Baroni del Regno, Ufficiali, Militari e Inviati Esteri. Molto più ricca e fastosa delle altre sale, fu costruita durante il regno di Murat, che per sottolineare l'interesse per la Reggia, Gioacchino e Carolina Bonaparte, stanziarono i fondi necessari per la sua realizzazione.

Il nome è dovuto alla decorazione dedicata al Dio greco della guerra, Ares (Marte per i Latini). Sulla volta è raffigurato il carro d'Achille protetto da Marte che travolge Ettore. La tazza in alabastro al centro della Sala, d'epoca romana, è un dono di Pio IX a Ferdinando di Borbone.

Oltre la Sala Marte, proseguendo in direzione ovest, si accede alla Sala Astrea.

Questa sala era destinata a ricevere: Ambasciatori, segretari di Stato e Gentiluomini di Camera. Prende il nome dal dipinto di Giacomo Beger che raffigura la Dea della Giustizia (Astera), che esercita il suo potere in nome degli Dei, tra una folla di figure simboliche. Su un'altra parete, opera di Valerio Villareale, c'è Minerva posta tra la Legge e la Ragione: tutti motivi che esaltano il potere del re ed il suo impegno per la Giustizia e l'Amministrazione del Regno.

Il pavimento è di marmo di Carrara e giallo di Siena, con un disegno labirintico voluto dal Borbone, rientrato dal Congresso di Vienna del 1815, i due lampadari sono in bronzo dorato e cristallo di Boemia.

 

Da qui si passa alla Sala del Trono.

La più ricca di decorazioni, la più grande degli Appartamenti Reali (lunga 35 m x 13 m. larga), rimase incompiuta per circa mezzo secolo trascurata sia dai reali francesi sia da Ferdinando IV quando tornò dopo la restaurazione, fu Francesco I ad affidare all'architetto Pietro Bianchi un progetto,di cui rimane il modello ligneo, che prevedeva la costruzione di un salone monumentale dove le statue dei grandi sovrani borbonici si allineavano lungo le pareti maggiori. Le nicchie che dovevano contenere le statue avrebbero compromesso la stabilità dell'edificio, per cui i lavori iniziati nel 1827, interrotti e poi ripresi più volte anche per la morte del re, furono completati solo nel 1845 dall'architetto Gaetano Genovese, che modificò i suoi disegni iniziali.

Sulle pareti della sala si susseguono 28 pilastri corinzi scanalati e binati, i cui capitelli furono scolpiti dallo scultore Gennaro Aveta, autore anche delle 16 tabelle sovrapposte con i simboli borbonici e le onorificenze del Regno.

L'architrave è decorato con i ritratti dei 44 precedenti regnanti, da Ruggero il Normanno a Ferdinando II, tranne Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Le opere sono di vari scultori: Antonio e Gennaro Calì, Angelo solari, Francesco Citarelli, Gennaro De Crescenzo, Gaetano Della Rocca, Andrea Cariello, Giustino Leone, Francesco Liberti, Giuseppe Annibale ed infine Giovanni Abate.

 Subito dopo la Sala del Trono c'è la Sala del Consiglio,

dove il maggior impulsi ai lavori lo diede Gioacchino Murat. Le dimensioni di questa Sala sono ben lontane da quelle maestose della Sala del Trono, ma le decorazioni sono ugualmente pregevoli.

Le pitture sono di scuola napoletana e i mobili ottocenteschi.

Il dipinto nel soffitto, opera di Giuseppe Cammarano, raffigura Minerva che Incorona l'Arte e la Scienza. I dipinti delle pareti raffigurano: Cornelia madre dei Gracchi (opera di Francesco Oliva), La Zingara che predice il Pontificato al pastorello Felice Perretti - Papa Sisto V (opera di Tommaso de Vivo), Abramo che scaccia Agar e Ismaele alla presenza di Sara e Isacco (opera di Raffaele Postiglione).

I busti di marmo sono quelli di Francesco I e di sua moglie Maria Isabella.

A Centro della Sala c'è il tavolo in stile neo-barocco, di Raffaele Giovine, con riquadri in ceramica, raffiguranti scene di vita e costumi napoletani donato dal popolo a Francesco II per le nozze con Maria Sofia. Su di lui poggia una corbeille di Sèvres, un vaso di bronzo dorato e cesellato con foglie di acano e puttini alti. L'arredo si compone, oltre che dal camino di marmo con intagli del Santagiolo, con delle consolle in legno dorato, dei candelabri in bronzo a cinque lumi con la base in marmo, la specchiera e i lampadari. Il pavimento, raffigura disegni geometrici.

La Camera Da Letto Di Francesco II

 

Un'anticamera,detta Salottino di Francesco II adorna di quadri ed eleganti manifatture precede la camera da letto di Francesco II.

Questa camera si trova nella parte angolare del corpo di fabbrica e si presenta ricca in ogni elemento, a cominciare dal pavimento.

Il nome gli fu dato dal successore di Ferdinando II, salito al trono nel 1859 e sovrano per un breve periodo, ma la sua realizzazione risale agli anni del regno Murat.

La sala è arredata con mobili di stile impero eseguiti a Napoli su modello francese. Il letto, a baldacchino, ha la doppia testata affiancata da leoni alati e culmina con le teste di Pallade, Marte e di un Genio Alato in doppia configurazione: uno fa cenno di tacere mentre l'altra riposa.

Di fianco al letto ci sono due comodini a pilastro, il cui disegno richiama quello dei due cassettoni che si trovano nella medesima sala.

Davanti al letto c'è un tavolo rotondo con base triangolare, sul quale poggiano sfinge alate dorate.

La sala si completa con la scrivania, in legno intarsiato rosa, una poltrona in mogano, poltroncine, consolle, specchiera (tutti coniati da artigiani napoletani), e di una credenza d'ispirazione francese, ma realizzata a Napoli, con gli sportelli rivestiti in seta gialla e con i lati colonne di bronzi dorate. Attigui alla camera da letto, ci sono il bagno ed un piccolo studio.

 

La Camera Da Letto Di Ferdinando II

 

Dopo la Sala d'Inverno, passando per lo studio e il salottino di Ferdinando II (foto sotto),

 

 

si entra nella Camera da Letto dei Sovrani, i cui arredi oggi, sono diversi da come sono stati realizzati all'epoca.

Da come conferiscono i  documenti: Ferdinando II morì nel giro di tre mesi per "malattia contagiosa", diagnosticata come grave infezione interna.

Ferdinando, aveva accusato i primi sintomi della malattia alla fine di gennaio del 1859 mentre accompagnava il figlio Francesco, erede al trono, a bari per ricevere la sposa, Maria Sofia di Baviera. Riportato a Caserta il re morì il 22 maggio, fu subito dopo la sua morte che decisero di bruciare tutte le suppellettili per evitare il pericolo di contagio.

L'incendio distrusse le decorazioni della volta di Antonio Dominici oltre ai lavori d'intaglio in legno, piombo e rame, documentati nell'Archivio Storico della Reggia. Oggi la volta si presenta con semplici decorazioni di fine '800. Le sovrapporte di questa sala, opera di De Mura, raffigurano allegorie della Maestà Regia e dell'Estate.

L'arredo è composto di un comò in mogano stile impero, di una scrivania a calatoia in mogano con intarsi in palissandro e decorazioni di bronzo dorato, due comodini di mogano a pilastro, un tavolo tondo con sedie in mogano e letto in stile impero.

I vasi, di frutta napoletana, sono in ceramica e riproducono forme antiche.

Negli angoli ci sono i busti in marmo di Ferdinando II, scolpito da Cariello, e di Maria Cristina di Savoia, sua prima moglie, scolpito da Luigi Pampaloni.

Alla parete del letto un dipinto di Luigi Nicoli raffigura "Gesù che indica ai farisei la vedova che fa l'elemosina".

Da questo punto in poi inizia il cosiddetto "Appartamento della Regina" che si apre con due piccoli ambienti. Il primo detto Sala da Lavoro, è arredato con grandi specchi provenienti dalla fabbrica di Castellammare, dove attraverso due porticine si accede a due vani, il "Gabinetto per uso del bagno" e il Retretto.

Segue il Boudoir di Maria Carolina, destinata al ricevimento della regina, la Sala del ricevimento, la Sala delle Dame e le due Sale di Lettura che precedono la Biblioteca Palatina. Le tre sale della Biblioteca Palatina fanno parte dell'appartamento della Regina.

La Biblioteca fu fondata nel 1768, contiene nelle tre sale, circa 14000 volumi ed opuscoli. Voluta, secondo la tradizione dalla regina Maria Carolina, donna di cultura e di gusto raffinato, chiamò a corte per la decorazione delle pareti un artista tedesco, Heinrich Friederich Fuger.

Fuger rappresentava il nuovo, il moderno e la pittura classicista in aperta contraddizione con le forme barocche della tradizione napoletana, infatti, egli scelse temi desunti dal repertorio classico per decorare le pareti della biblioteca: Il Parnaso con Apollo e le tre Grazie, la Ricchezza e l'Invidia, la Scuola di Atene, la Protezione delle Arti e il discacciamento dell'Ignoranza. I temi dell'iconografia sono divisi in quattro scene che ripercorrono la storia dell'Umanità che celebra una nuova "Età dell'Oro" borbonica, tanto che alcuni, dato il legame di Maria Carolina con la Massoneria, hanno voluto leggervi                  chiari riferimenti all' interpretazione del progresso umano nel pensiero massonico. La decorazione dell'affresco a chiaroscuro della prima sala, eseguito su disegno di Carlo Vanvitelli , "alla pompeiana", è ispirata ai reperti degli scavi realizzati a Pompei ed Ercolano in quegli anni.

Di gusto neoclassico sono anche le altre librerie realizzate a boiserie, da maestranze locali, come la particolare libreria girevole di mogano e palissandro, posta al centro della stanza e realizzata per rendere comoda la lettura della Regina.

Alla fine del settecento, Gaetano Magrì dipinse la volta della seconda sala attingendo idee dagli affreschi che venivano alla luce negli scavi di Ercolano.

In stile Luigi XVI sono gli scaffali in noce, la scrivania in mogano e la comoda poltroncina che funge da piccolo scaletto per raggiungere i libri più in alto.

Nella stessa sala sono posizionati anche un cannocchiale, tutto in ottone, realizzato da Dolland, ed un barometro. Sono stati realizzati anche in legno stuccato, da Robert de Vangandy, i globi della terra e della volta celeste.

Nella sala di lettura, due dipinti a olio su tela, raffigurano Carlo di Borbone a caccia delle folaghe su lago Patria di Vernet e inaugurazione della ferrovia Napoli - Portici di S. Fergola.

Infine, nella terza sala, la più ricca, oltre alla volta dipinta dal maestro Francesco Pascale, sempre su disegni di Carlo Vanvitelli, le pareti sono finemente affrescate da Heinrich Friederich Fuger.

Gli scaffali sono in mogano con intarsi in legno nero e guarnizioni di bronzo dorato, hanno le ante superiori in vetro e sono nello stile Luigi XVI.

Sul muro spicca un orologio viennese del settecento.

Il Presepe

La sala ellittica, si trova nell'appartamento vecchio. Dipinta in bianco e senza decorazioni, ha in alto dei panchetti, forse messi li per i musici, dato che la sala era sicuramente destinata ai divertimenti della corte. Oggi essa ospita il Presepe Borbonico, composto da oltre 1200 statuine, fabbricate dai più famosi figurinai del settecento napoletano. Restaurato di recente, dopo che la maggior parte dei pastori è stata trafugata.

 

 La tradizione napoletana presepiale si afferma in periodo borbonico con Carlo, ma soprattutto con il collezionista Francesco I . L'usanza di allestire il presepe per Natale si affermò nella Reggia di Caserta come attività collettiva della Corte, ad essa partecipavano non solo gli artisti e gli artigiani, ma tutte le dame di Corte e le Principesse, abilissime nel confezionare gli abiti. Per i pastori, le ricche dame, i mercanti georgiani vestiti all'orientale, sono state usate sete multicolori e gioielli in filigrana e coralli.

Alla realizzazione del presepe hanno partecipato artisti come: Bottiglieri, Sanmartino, Mosca, Celebrano, Vassallo e Gori, i quali modellavano in terracotta le figure più importanti, mentre le altre, avevano testa e membra in terracotta e l'anima di fil di ferro e stoppa. Le figure venivano poi collocate su uno "scoglio" di sughero, secondo regole regole rigide e nel rispetto delle scene canoniche, quali la Natività, l'Annuncio ai pastori e l'Osteria. Per realizzare il presepe ogni anno era eseguito un progetto diverso, come è descritto nelle tempere di Salvatore Fergola poste sulle pareti della sala. Per l'ultimo presepe allestito dai sovrani, prima degli eventi infausti che portano alla fine del regno borbonico, Ferdinando II fece approntare la lunga "Sala della Racchetta" facendo dipingere tutte le pareti "ad imitazione del cielo".

L'attuale allestimento si ispira proprio a quell'ultimo presepe ottocentesco, che ben rappresenta la Napoli cosmopolita della fine del settecento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Teatro di Corte

L'unica sala del palazzo portata a termine da Vanvitelli è il teatro di corte, anche se i lavori richiesero più tempo del previsto, perché l'architetto era impegnato contemporaneamente nella costruzione della Reggia, dell'acquedotto carolino e in altre opere a Milano eBenevento.

Esso non c'era nel progetto originario, perciò la sua costruzione iniziò nel 1756, tre anni dopo l'inizio dei lavori per l'edificazione della Reggia.

Il teatro è l'esatta riproduzione del San Carlo di Napoli, in proporzioni ridotte, fu inaugurato nel 1769, in occasione del carnevale, alla presenza di Ferdinando e Maria Carolina con la partecipazione del fior fiore della nobiltà napoletana.

Posto nel lato occidentale del palazzo, ha tre ingressi: quello centrale, riservato al re ed alla Corte che immette direttamente nel Palco Reale, i due laterali, riservati agl'invitati e al pubblico, attraverso due scale semicircolari, conducono direttamente ai palchi. Il teatro offre un'immagine di grand'eleganza ed equilibrio compositivo.

  La pianta e quella classica a ferro di cavallo, come nello scalone Reale, su di un alto stilobate a finto marmo s'innalzano le colonne alabastrine di Gesualdo.

Gaetano Magri tra il 1768 e il 1769 dipinse gli Amorini e i putti che giocano con ghirlande e fiori, tutti diversi gli uni dagli altri. Gli stemmi dei Borbone e degli Asburgo, disegnati dal Vanvitelli, furono dipinti da Crescenzo La Gamba.

Fra le colonne ci sono 42 palchetti disposti su cinque ordini. Il Palco Reale occupa in altezza tre ordini di palchetti, sormontato dalla corona sostenuta dalla fama che suona la tromba e da un ricco drappeggio di cartapesta, riportato all'originario colore azzurro dei Borbone con gigli dorati, dal recente restauro, dopo che in epoca Savoia fu coperto da un rosso carminio. Dal soffitto pende il lampadario in cristallo, la cui altezza è regolabile in funzione delle esigenze dello spettacolo.

 

 

 

 

 Le Fontane

 

Le fontane sono sei, la prima , "Fontana Margherita, si incontra imboccando la seconda zona del Parco della Reggia che si trova

all'estremità del parterre, posta di fronte al palazzo. Al di sopra delle due rampe circolari che fanno da sfondo alla fontana, priva di decorazioni perché realizzata in un momento di ristrettezze finanziarie, ha inizio la lunga via d'acqua con la fontana del canalone, un bacino nel quale l'acqua sgorga dalle gole spalancate di tre delfini, dei quali quello centrale è il più grande ed ha braccia ed artigli terreni. Il gruppo fu scolpito da Gaetano Salomone.

 

 

 

 

 

 

 

Segue la Fontana di Eolo

che misura ben 470 metri per 27 di larghezza con una profondità di circa 3 metri con un volume di ben 32.000 metri cubi di acqua che giungono al canalone. Un gruppo colossale in marmo di Carrara e pietra di travertino.

Il tema classico dei Venti sprigionati da Eolo per allontanare Enea dall'Italia secondo il volere di Giunone, è espresso da una serie di antri da cui scaturiscono i ventotto venti (previsti 54 infatti la fontana non è portata a termine, ma rimane il modello in legno del Vanvitelli) rappresentati simbolicamente da statue alate dalla cui bocca esce l'acqua. Sulla cima doveva esserci il cocchio tirato da pavoni su cui c'era la Dea Giunone. I pavoni sono attualmente posti in un androne del Palazzo mentre delle Ninfe si è persa ogni traccia. Alle spalle, sugli archi di un emiciclo aperto a portico che internamente forma una grotta ci sono quattro bassorilievi: Giove con le dee, il giudizio di Paride, le nozze di Teti e lo sposalizio di Paride di Angelo Brunelli. Al centro delle balaustre adorne di statue di Schiavi che portano conchiglie e vasi baccellati, sostenuti da delfini, c'è un velo d'acqua che alimenta i due bacini seguenti con una serie di cascatelle minuscole, che formano tappeti scintillanti sulla scala che sale verso la cascata. I marmi utilizzati provengono da Montegrande presso Caiazzo.

 

 

Questa fontana è opera di Brunelli, Persico, Salomone e Solari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La quarta, Fontana di Cerere, è alimentata da un bacino a sei vasche, ed è disposta su piani diversi. In testa alla vasca c'è la "zampilliera", scultura di Gaetano Salomone, raffigurante tritoni e delfini che lanciano potenti getti d'acqua, Nereidi che soffiano nelle buccine, le statue dei fiumi Simeto e Oreto, la Dea Cerere, circondata da Ninfe, con un medaglione di Trinacria fra le mani.

Dodici piccole cascate che formano altrettanti laghetti, creano la fontana di Venere e Adone,

opera realizzata tra il 1770 e il 1780 da Gaetano Salomone.

Anche questa è ispirata come le altre fontane alla mitologia Greco - Romana.

Rappresenta il mito dell'amore di Venere e Adone raffigurati mentre la Dea, inginocchiata, prende la mano di Adone, per scongiurarlo di essere prudente nella caccia, mentre Adone, ignaro di cosa gli accadrà, la rassicura.

Ninfe e putti fanno da corona alla coppia, mentre in basso si leva, aggressivo, un cinghiale che ucciderà Adone.

 

La sesta e ultima fontana, è quella di Diana e Atteone

  che conclude, a tre chilometri dall'ingresso del Parco, alla base della grande cascata. Opera di Andrea Violani, Pietro Solari, Paolo Persico e Angelo Brunelli.

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