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V illa Maltese

Situata lungo l'antica Strada Regia delle Calabrie, oggi Via Università, attigua al Palazzo Reale, al numero civico 116. Il restauro della splendida Villa Maltese, Già Villa Caravita, di fine '800 ha dato una spiccata fisionomia liberty all'edificio;

da allora il solo ricordo della primitiva sistemazione del Vaccaro è nella mossa articolazione della massa dell'esterno e nella planimetria.

La data precisa di costruzione della villa non è stata stabilita con certezza, sebbene le fonti storiche la riconducono al 1730 e si faccia riferimento allo stesso anno riguardo alla progettazione.Venne edificata dall'illustre napoletano Domenico Antonio Vaccaro, per desiderio di Domenico Caravita di Sirignano sommo esponente dell'alta aristocrazia borbonica, molto vicino al re Carlo, la donò a Sua Maestà, pur riservandosene l'uso in vita. Alla partenza del re Carlo, già molto prima della sua morte avvenuta nel 1770 all'età di oltre cent'anni, Sua Maestà preferì non sottrarre la proprietà della villa all'erede del Duca, Giuseppe Caravita, duca di Torino. La villa, impostata secondo la struttura assiale e rettilinea caratteristica delle ville vesuviane poste tra due splendide vedute, il Vesuvio e Il golfo, anticamente era un ameno ritrovo per nobili in villeggiatura, che vi si recavano per passeggiare, come la stessa regina Maria Carolina D'Austria. L'edificio è stato restaurato alla fine del secolo scorso e più recentemente nel 1979, quando venne danneggiato da un incendio scoppiato al pian terreno, allora adibito a dancing.

E' innegabile che l'aspetto più notevole della villa è il parco annesso, che conserva l'estensione primitiva, prolungandosi verso il mare (per interrompersi in corrispondenza del parco della reggia) con terrazze degradanti collegate da scale, con statue ottocentesche di terracotta, distribuite tra le piante di alto fusto, soprattutto palme ed aranci.

Pittoresca piacevolezza attribuisce al giardino, oggi soggetto ad una lenta e inarrestabile decadenza, la graziosa vasca centrale, di stile ottocentesco che tuttavia risulta ben armonizzata ai resti della sistemazione settecentesca. La villa è strutturata su quattro piani  più seminterrato, articolata secondo sporgenze e rientranze; la scala di accesso agli appartamenti presenta gradini di marmo monolitici e di notevole importanza e valore artistico è anche la loggetta in ferro, collocata nel lato orientale del complesso.

L'edificio conserva le principali strutture settecentesche dell'antica villa Caravita, chiaramente riconoscibili nelle piante del Carafa e del duca di Noja, entrambe risalenti all'anno 1775, e nella veduta dal mare del Palazzo Reale.

La villa è attualmente adibita ad abitazione privata e si presenta in buono stato di conservazione.

Palazzo Mascabruno


 

Costruito nel XVII secolo, costituiva la residenza di campagna del Marchese Mascabruno. Di forme rustiche, era costituito da un cortile interno limitato dai corpi di fabbrica circondati da un caratteristico boschetto di "elci".

Fu acquistato nel 1744 per la sistemazione del Sito Reale. Con i lavori diretti dall'ingegnere Salluzzi, il boschetto fu sostituito dalla prateria ed il palazzo fu ristrutturato per essere utilizzato come scuderie Reali.

All'unico cortile ne fu aggiunto un'altro, posto parallelamente al primo, intorno ai quali, poi, si sviluppavano i corpi di fabbrica formanti i quattro bracci aperti da fornici che si affacciano su Via Università, all'epoca Strada Reggia Delle Calabrie.

Scomparsi gli elementi decorativi del prospetto (membrature in stucco e timpani), oggi restano le cornici marcapiano e quella terminale.

I cortili, su cui si aprono le ampie arcate delle scale portanti ai piani superiori, erano utilizzati per i cavalli ed erano lastricati con basolato.

Il palazzo era dotato anche di un trottatoio coperto "di 70 per 74 palmi di lunghezza di molta pulizia..."; struttura eccezionale (all'epoca ne esisteva solo un altro esemplare a Vienna) alla quale si accedeva dal secondo cortile.

Attualmente è inutilizzabile per il notevole stato di degrado.

Il giardino del palazzo era di particolare bellezza: vi erano peschiere e piantagioni di vite "alla francese", organizzate come aiuole dalla struttura geometrica molto piacevole a vedersi.

Comune a quel tempo era la coltura degli ananas, per cui nei giardini adiacenti, oltre ai Cafehouse, di cui restano solo ruderi, erano presenti le "stufe per gli ananas", serre per piante tropicali.

Dopo l'unità d'Italia, il palazzo fu destinato prima a caserma e poi ad abitazioni civili.

Palazzo Valle 

Antico edificio riportato nella mappa del Duca di Noja, fu requisito da Ferdinando IV per la sistemazione delle "Reali Guardie del Corpo".

Dal 1771 al 1773 il palazzo ospitò gl'impianti della nuova Fabbrica di Porcellana, riorganizzata dopo la partenza di Carlo che , tornando in Spagna, aveva fatto distruggere le fornaci e portato con sé il segreto della finissima produzione in ceramica.

La nuova produzione fu contraddistinta dal marchio F.R.F. (Ferdinandus Rex Fecit).

Il palazzo si sviluppa intorno ad un ampio cortile quadrangolare; la facciata, di forme neoclassiche, è divisa in tre sezioni, quelle estreme in bugnato liscio e quella centrale ad intonaco liscio.

Elemento caratterizzante è il portale, fiancheggiato da lesene sormontate da due teste di cavallo in marmo bianco. Tra il portale ed il balcone sovrapposto, un'epigrafe fiancheggiata da trofei di armi e bandiere, scomparsa fin dall'ottocento, ricordava la costruzione dell'edificio, attualmente sede della Scuola Allievi di Polizia Penitenziaria.

 

 

 

 

 

 

 

Palazzo Capuano

Il più antico edificio di Portici, appartenuto prima ai Principi di Stigliano Colonna, poi a Casa Mari, quindi alla famiglia Capuano ed infine alla famiglia Materi.

Situato in Piazza San Ciro, tra via della Libertà e via Casaconte, attualmente, del palazzo resta una parte dell'edificio e la torre.

Secondo il Venditti, la costruzione risale alla prima metà dell'anno mille forse 1200. Di certo si sa che nell'800 ospitava il Municipio e, fino a circa cinquanta anni fa, la Regia Pretura.

Nel periodo di maggiore splendore il palazzo era famoso sia per gli splendidi soffitti affrescati da Belisaro Corenzio e rappresentanti le storie del Vecchio Testamento, sia per la torre situata nel mezzo.

Altro pregio era la presenza di abbondante acqua perenne, che formava fontane nei cortili, nei giardini e negli appartamenti. Al tempo dei signori Capuano l'acqua presente nel palazzo, attraverso i canali sotterranei, proveniva dalla parte alta di Resina e si distribuiva anche nelle camere e nelle cucine, giungendo fino a due fontane nei giardini. Originariamente l'imponente palazzo si estendeva fino al primo vicolo a destra nella strada della Parrocchia, dove si trovava una masseria, che costituiva il confine dell'antica Portici, prima del 1631.

Del Palazzo Capuano restano pochi elementi originari riconoscibili: la volta a vela nell'androne, la Torre, i residui di piperno negli stipiti del portone.

 

L'edificio fu tagliato nel 1948 per aprire Via della Libertà e furono distrutti gli affreschi di Corenzio. Il palazzo, diviso in due tronconi, prese il nome di Comune Vecchia e Villa Materi (non più presente), nel cui giardino era incastrato in un muro un mascherone di fontana, traccia dei vecchi giochi d'acqua.

Nel Palazzo dimorarono illustri personaggi come le Regine di Napoli, Giovanna I e Giovanna II, la vice regina, donna Anna Carafa, prima feudataria di Portici e madre del Barone Nicola Guzman Carafa, e la Duchessa di Medina Las Torres.

 

Palazzo Ruffo Di Bagnara

Tra i più antichi di Portici. Fu fatto costruire nel 1720 da Paolo Ruffo duca di Bagnara, secondoil De Dominici su progetto di Ferdinando Sanfelice. Attualmente è diviso tra diversi proprietari, come testimoniano i nomi riportati sui portoni d'ingresso ai numeri 61, 73, 85.

La facciata lungo il corso Garibaldi conserva bn poco dell'antico splendore, anche a causa delle trasformazioni ottocentesche volute da Vincenzo Ruffo duca di Bagnara, come ricorda una lapide posta sulla parte destra dell'androne al numero 73.

Come per la maggior parte delle ville vesuviane, anche in questo caso la posizione dell'edificio rispetto alla strada ripete quella del palazzo cittadino: il corpo principale sorge direttamente sul margine della via, stabilendo un contatto diretto con essa sia al piano terreno, tramite l'apertura del portale, sia al piano superiore grazie alla presenza dei balconi.

Alle spalle si estendeva l'area del giardino, alla quale si accedeva attraverso una serie di spazi, disposti secondo la sequenza:

androne  - cortile - giardino.

Grazie a tale disposizione l'edificio conserva sia il rapporto con le ville vicine e con la vita della strada, sia il rapporto con il verde, presentando contestualmente prerogative di palazzo cittadino e di villa.

Superato il portale del n° 73, sormontato dallo stemma

 della famiglia Ruffo, si accede ad un androne coperto da una volta a botte cassettonata  a motivi geometrici esagonali e romboidali. Al termine dell'androne, sulla parete sinistra, vi è una lapide eretta per commemorare la costruzione dell'edificio.

Come sottolinea Beniamino Ascione, la data 1521, posta in fondo alla lapide, è errata, poiché Paolo Ruffo e sua moglie Alfonsina vissero tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo. Sulla parete destra vi è la lapide posta da Vincenzo Ruffo a memoria delle trasformazioni subite dall'edificio nel XIX secolo.

Il Cortile è recintato da due muri curvilinei; sul lato sinistro è disposta una rampa che conduceva alle antiche stalle, mentre al centro partiva il viale d'accesso al giardino.

Quest'ultimo, originariamente, giungeva fino al mare, dove sorgeva anche un finto castello rustico, demolito nel 1942 per far posto ad una batteria contraerea.

Al termine di una scala di tufo, ad un livello molto più basso di quello del terreno circostante, si trovava la famosa fonte d'acqua potabile, una delle quattro esistenti a Portici.

Attualmente, l'area un tempo occupata dal giardino è stata distrutta e lottizzata e nel luogo dove sorgeva l'antico castello vi è ora l'Istituto Professionale per Servizi Commerciali e Turistici. La facciata interna, molto rovinata, lascia solo intuire i segni dell'antico splendore.

La terrazza del piano nobile, che doveva essere posta in corrispondenza del salone delle feste, disponendosi lungo l'intera lunghezza dell'edificio, consentiva di godere di una splendida visione panoramica del giardino e del golfo. 

Villa Menna

 

Nota attualmente come villa Menna, da Carlo Menna che l'acquistò nel 1931, fu fatta costruire nel 1742 da Giovanni d'Amendola, che commissionò il progetto all'architetto Nunzio Anaclero.

I d'Amendola ospitarono più volte re Carlo e la Regina Amalia, come ricordano le due lapidi poste nel vestibolo.

Infatti, Carlo di Borbone vi si recava spesso perché la palude intorno alla proprietà offriva un'ottima riserva di caccia e la regina amava passeggiare lungo la terrazza prospiciente il mare.

Lo schema planimetrico della villa è a "doppia L" con una lieve asimmetria tra l'ala destra, più estesa rispetto a quella sinistra, forse per la preesistenza di alcuni edifici, distrutti durante l'eruzione del 1631.

La fabbrica originaria comprendeva solo il piano rialzato destinato alla servitù e il piano nobile; il secondo piano fu probabilmente aggiunto quando la casa fu comprata dalla famiglia Torre. Nella pianta del duca di Noja del 1775 la villa risulta già essere di proprietà di Nicola Torre: è infatti, indicato come "Casino del Torra".

 

 

 

 

La facciata, rifatta nell'Ottocento, è a tre piani, con un basamento a bugnato nel quale è inserito il portale. La parte superiore, scandita da lesine, si articola attraverso due ordini di finestre.

L'interno, che conserva ancora le vesti settecentesche, si sviluppa con una successione di spazi, lungo l'asse longitudinale di simmetria, in maniera più articolata e complessa rispetto al palazzo Ruffo di Bagnara.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall'androne si accede ad un vestibolo coperto da una calotta schiacciata, decorata da esili elementi vegetali in stucco che, partendo dai quattro spigoli, convergono in un rosone centrale. Un singolare movimento scenografico è stato creato, nel piccolo spazio del vestibolo, dalle arcate di varia ampiezza che si aprono sul cortile e dalle due scale poste simmetricamente ai lati, di cui quella a sinistra conduce solo al piano ammezzato.

La facciata interna, è molto rovinata da sovrapposizioni e aggiunte posteriori, la gran parte effettuata in tempi recenti, presenta, nella zona centrale del piano nobile, un'ampia balconata sorretta da arcate che scaricano sui pilastri ottagonali. La sporgenza ad arcate del vestibolo con la terrazza soprastante rimanda di fronte ad una esedra che conclude il cortile  e, attraverso due colonne sormontate da due vasi in terracotta, delimita l'ingresso del giardino. Un tempo, come mostra la pianta del duca di Noja, il giardino era formato da un lungo viale che conduceva al mare, ornato di statue, spalliere e sedili, ai lati del quale, come descrive il Nocerino, si apriva un bel parterre di aiuole fiorite e agrumeti.

Attualmente l'antico giardino non esiste più: venduto e lottizzato è stato trasformato in un parco privato.

Attraverso un percorso che costeggia sulla destra il moderno complesso di palazzine, si giunge al Lido Dorato. Qui è stata conservata l'antica terrazza che si affaccia sul mare, alla quale si arriva dopo aver attraversato un ponte sulla linea ferroviaria.

Qui risultano particolarmente visibili gli effetti devastanti, dal punto di vista paesistico, prodotti dalla creazione della linea ferroviaria che ha completamente stravolto il rapporto delle ville con il giardino e il mare.

Ex Palazzo Buono Ora Esedra e Largo Riccia

Il Largo Riccia era in origine molto significativo: uno slargo della Strada Regia delle Calabrie, prodotto dal complesso del palazzo fatto edificare da Bartolomeo di Capua, principe della Riccia intorno al 1750 e della chiesetta di S. Maria delle Grazie, attribuita al Vaccaro, eretta nel 1769, che formava un'esedra con i locali per servitù.

L'impianto originale è riscontrabile nella pianta del duca di Noja del 1775.

Il luogo, a quell'epoca, era caratterizzato da un compatto fronte edificato da tre palazzi verso il mare, mentre sul fronte opposto si trova rappresentata l'esedra ed altri due palazzetti, di cui il secondo con un piccolo giardino alle spalle.

L'ampia curva, che si svolge tra due pilasti simmetrici, decorati da mascheroni, fu tagliata sulla destra, nel 1893, per l'apertura della Strada Nuova di Bellavista (oggi Via Diaz).

Negli anni cinquanta, il rimanente dell'esedra, sul lato destro, fu ulteriormente modificato per dar luogo, sul suolo dell'abbattuta villa del principe di Corigliano, alla costruzione di un nuovo fabbricato, e solo grazie all'intervento della Soprintendenza fu salvata la colonna con il mascherone.

Nel 1962, parte del palazzo, per lo stato di abbandono, e fatiscenza, crollò dando luogo ad un episodio luttuoso, a causa del quale ne fu deciso il totale abbattimento.

Rimane così orfana l'esedra, che include la cappella e le dimore della servitù insieme con alcuni frammenti del palazzo, rintracciabili nei muri di confine dell'edificio che ne ha preso il posto.

Al palazzo si accedeva attraverso due portoni, passando per un ampio cortile ed un giardino di particolare bellezza, sul quale si affacciavano, sul lato sinistro, le scuderie; seguendo due ampi stradoni, corrispondenti ai portoni d'ingresso, si arrivava ad un secondo giardino destinato ad orto, posto a livello inferiore e terminante in un altro, all'inglese, dove vi era una vasca circolare con un gruppo marmoreo alle cui spalle un magnifico Cafehouse, tanto alla moda a quei tempi, dava sul mare a pochi metri.

L'esedra è costituita da un baso corpo di fabbrica, scandito da un unico ordine di lesene che incorniciano le aperture dei due piani che la compongono. La cornice, elemento terminale che corre lungo tutta la fabbrica, ne segue l'andamento. Il prospetto della Cappella, sporgente rispetto alla curva dell'esedra, quasi si raddoppia nell'altezza, attraverso un secondo ordine di pilastri, e presenta una meridiana al centro, stemma gentilizio con ornamenti superiori e diversi rilievi in stile barocco. Vi si accede tramite due scalini di pietrarsa, con colonnette di identico materiale, scorniciate ed intagliate. In ciascuno dei due sporti laterali vi sono, nel primo ordine, un finestrone centinato sotto e sopra con mostra di pietrarsa, cancello di ferro e telaio in vetro; in quello superiore si evidenzia un finestrone circolare con finestra circolare e mostra in stucco.

Il portale d'ingresso è molto semplice, sempre in pietrarsa sormontato da un finestrone centinato e disegnato con giochi di controcurve tipicamente barocche, ma senza eccessivi sfarzi. In corrispondenza dell'altare vi è l'abside con frontone ellittico. Il presbitero è delimitato da uno scalino in marmo bianco, come l'altare, scorniciato in giallo di Siena come i rilievi. Al centro, il ciborio con base superiore per sostenere la croce. Al di sopra la pala d'altare raffigurante la vergine delle grazie (opera del Cestari), incorniciata in marmo giallo e controcornice di legno intagliato ed indorato a mistura.

Il soffitto è una volta a scodella di fabbrica, rivestita in stucco con diversi ornamenti, rilievi, foglie scorniciate, in stile barocco.

Ai due cortili del complesso si accede attraverso altrettanti portali in pietrarsa ad arco ribassato, all'interno dei quali si affacciavano cinque bassi, una grande rimessa d'angolo ed una stalla.

Villa Savonarola

La villa, in stile neoclassico, è opera di diversi progettisti: Nocerino Improta, Cepollaro. Cambiò vari proprietari, fu poi acquistata dal noto industriale Fiore.

Di recente è entrata a far parte del patrimonio immobiliare del Comune che, dopo un intervento di restauro l'ha destinata a spazio della Cultura e matrimoni civili.

La facciata, simmetrica, che si eleva su due piani, evidenza la predominanza assegnata alla zona centrale che risulta più sporgente.

E' costituita, al piano inferiore, da un portico con colonne di ordine tuscanio e pilastri agli angoli, mentre al piano superiore, è caratterizzata dalla presenza di un ampio terrazzo. Gli elementi architettonici del portico vengono ripetuti nella zona superiore, trasformandosi però in lesine di ordine ionico collegate da un festone di stucco bianco.

L'intervento di restauro ha privilegiato la scelta del colore grigio, assegnato agli elementi architettonici come pilastri, lesine, cornici e dal colore giallo le restanti parti.

Il grigio e il giallo sono colori caratteristici della pietra di tufo usata nell'architettura napoletana. Il prospetto laterale presenta negli angoli posteriori torri cilindriche destinate al corpo scala.

L'ampio parco circostante, riportato alla bellezza originaria, è utilizzato dal Comune per spettacoli e rappresentazioni teatrali.

Villa Bideri

 

L'edificio si mostra in una veste ottocentesca dopo modifiche attuate sulle precedenti strutture. All'origine, probabilmente, la villa doveva costituire unico blocco con l'adiacente Domus Liciniae. Anche l'irregolarità dell'impianto planimetrico appare il risultato di successivi adattamenti.

 

Nella villa il consueto asse prospettico, vestibolo-cortile-giardino, non diviene anche asse di simmetria dell'edificio, essendo il varco d'accesso al giardino disposto in posizione eccentrica rispetto al vestibolo.

Inoltre la villa presenta l'impianto asimmetrico rispetto al blocco centrale, con un unica ala a sinistra, poiché quella destra risulta sacrificata a vantaggio della Domus Liciniae. Alle spalle dell'edificio si conserva il lungo viale del parco, che termina in un belvedere rivolto al mare.

 

 

 

 

Villa Liciniae

Edificata nel XIX secolo, apparteneva, insieme con l'adiacente Villa Bideri, al marchese di Pietramelara.

Alla sua morte la proprietà fu divisa tra le due figlie. In seguito subì molteplici passaggi di proprietà; ad uno dei successivi proprietari, che la dedicò alla figlia, si attribuisce il nome della villa.

La costruzione, a tre piani compreso il pianterreno, ha un andamento asimmetrico, dovuto ad un ampio terrazzo sul lato destro. Sulla facciata maggior rilievo è dato dalla zona centrale, sottolineata dalla presenza del portale a bugnato e dalle aperture soprastanti, ed incorniciata da un'articolata decorazione con lesine, semicolonne e nicchie.

All'interno l'androne, coperto con volta a botte introduce al giardino retrostante, che inizialmente si estendeva fino al mare; subì una sensibile riduzione in seguito alla costruzione della linea ferroviaria Napoli -Portici.

Villa Nava   

 

La più antica villa di Portici, in stile rinascimentale, fu edificata intorno al 1520 dal poeta e letterario cosentino Bernardino Martirano, segretario del Regno di Napoli, per poter vivere sul mare in tranquillità lontano dalla rumorosa capitale. La villa fu chiamata Leucopetra, nome greco corrispondent al nostro Pietrabiana.

Bernardino Martirano, tra i più illustri dell'poca, era solito ospitare feste e competizioni e fu onorato della visita, nel 1535, durata tre giorni del grande imperatore e sovrano Carlo V, come ricorda l'epigrafe latina su una lapide marmorea, vicino al portone d'ingresso.

Presto la celebre dimora, col suo sforzo ninfeo, divenne fucina di opere letterarie, antiche e scientifiche, ispirate all'amore, all'amicizia, alla cortesia e alla natura.

Decentata dagli ospiti, e dallo stesso Martirano, come magnifica e nobile e da qualcuno definita "la più leggiadra e fiera ninfa marina, questa affascinante struttura si presentava grandiosa, riccamente decorata ed inserita in un lussureggiante ambiente naturale: un giardino ed un parco, con una straordinaria abbondanza di fiori, piante ed alberi che si estendevano fino al mare, attualmente non appartenenti più alla villa o distrutti.

L'edificio che permetteva la visuale del Vesuvio e del golfo di Napoli, si presentava maestoso all'esterno, ma misurato ed elegante all'interno, ricco di opere d'arte: affreschi, tele e sculture di notevole valore, andati purtroppo perduti.

Oltre all'appartamento del proprietario al piano nobile con terrazzo e belvedere, ai locali della servitù al pianterreno,alle stalle in corrispondenza del cortile, la villa era dotata di una cappella, ormai inesistente e due teatri, uno coperto e l'altro all'aperto.

Opera d'arte scultorea superstite è lo straordinario crocifisso ligneo di Giovanni Merliani da Nola, maestro incontrastato della scultura napoletana rinascimentale, oggi in una chiesa di Portici. Oltre quella già citata, ricordiamo altre due lapidi, una ottocentesca presso la scala del piano nobile, un'altra dell'epoca romana, nel cortile. Degno di considerazione anche lo stemma della famiglia Martirano, situato sulla lapide romana, recentemente trafugato.

Villa Nava fu ampliata e rimodellata nell'ottocento, come evidenzia dalla facciata e dall'aggiunta di due piani, e assunse questo nome da quello dell'ultimo, unico, proprietario.

Villa Lauro Lancellotti

 

Ubicata al Corso Garibaldi, numero civico 229, rappresenta una delle ville più belle ed importanti architetture neoclassiche della zona vesuviana.

La villa, che ha mantenuto il suo nome originario mentre le altre della zona lo hanno spesso cambiato, fu costruita nel 1776 sotto la direzione del famoso architetto romano Pompeo Schiantarelli che collaborò con i napoletani Gioffredo e Ferdinando Fuga.

L'edificio settecentesco presenta una facciata caratterizzato dall'uso del bugnato rustico e si articola su piano terra, ammezzato, piano nobile e attico. Di notevole interesse è il vestibolo, diviso in tre zone da quattro imponenti pilastri, con medaglioni e busti alle pareti. All'interno vi sono meravigliose decorazioni, come l'affresco con figure originali che tuttora adorna il salone del piano nobile, e pavimenti del '700 che vantano una fattura unica.

 

 

 

 

Altrettanto interessante si presenta la facciata posteriore, soprattutto per la presenza, al centro del terrazzo del piano nobile, di un padiglione ornato da colonne Ioniche reggenti timpani triangolari.

Dalla villa, attraverso un'esedra, si accede al parco retrostante, un tempo tornito di fruttiere e viali gemelli. al suo termine vi è una delle più belle costruzioni della zona vesuviana, il Cafehouse, un padiglione a pianta centrale che rivela un gusto barocco con timpani spezzati da statue. Da esso, tramite due scalinate ornate in passato da vasi pregiati, si accede alla spiaggia. L'elegante edificio è ora abbandonato a se stesso e giace in uno stato di degrado molto avanzato.

Scrittori famosi hanno scritto della villa: "ella è delle più belle e delle più ben tenute che siano in Portici" (Celano) e "Questo edificio è uno dei principali di Portici stimate per le sue statue di marmo" (nocerino).
 

Villa  D'Elboeuf

 

Scendendo da Piazza S. Pasquale, a destra della stazione ferroviaria, attraversando il passaggio a livello, si entra in un viale che porta ad un grande edificio, che è ancora chiamato Villa d'Elboeuf.

Questo elegante palazzo, oggi in totale abbandono, che sorge in riva al mare all'imbocco del Granatello, fu fatto costruire dall'austriaco Emanuele Maurizio di Lorena principe d'Elboeuf.

I lavori di costruzione ebbero inizio nel 1711 su progetto di Ferdinando Sanfelice. Fu necessario livellare il piano scosceso, formato dalle lave delle eruzioni vesuviane del 1631 e 1633.

Scavando fossati e accumulando scorie e terreno si formò una grande piattaforma ove sorsero l'edificio ed un esteso bosco con piante rare provenienti anche da paesi lontani.

La costruzione, assai più che per l'importanza del suo impianto planimetrico, divenne famosa per le statue e le suppellettili che il principe d'Elboeuf trasse per primo dagli scavi di Ercolano.

A lui si debbono, infatti, i rinvenimenti che portarono alla scoperta della città sepolta.

Quasi più nulla si conservava della villa del principe d'Elboeuf. Il pittoresco porto borbonico, malgrado le trasformazioni, conserva ancora qualcosa del primitivo carattere ottocentesco.

La villa presenta due portali simmetrici in marmo e piperno ai quali si accede da una doppia rampa collegata ad un terrazzo panoramico.

L'edificio, interamente trasformato nel tardo Ottocento nella villa Bruno, fu arricchito di stucchi e furono costruiti ulteriori due piani.

 

Dopo solo cinque anni dalla fine dei lavori e precisamente il 9 luglio 1716 la villa fu ceduta dal principe di Lorena per 11.000 ducati a Don Giacinto Folletti, duca di Cannalonga, come indicavano le due lapidi, murate sui due ingressi. Nel 1742 gli eredi dei Folletti vendettero la villa a Carlo III, affinché potesse servire come dipendenza marittima del vicino Palazzo Reale.

Il re comprò per potersi divertire nella pesca ed infatti, fino ad una quarantina di anni fa, si potevano ancora vedere sulla spiaggia, dove ora si trova un piccolo cantiere navale, dei canali che convogliavano le acque marine per alimentare piccole peschiere scavate nella dura lava vesuviana.

Al lato opposto delle peschiere si vedono i resti dei Bagni della Regina, una costruzione, fatta erigere da Ferdinando IV, a forma di ferro di cavallo, a due piani, con le cabine disposte tutte intorno che affacciano su una balconata.

I reali, per accedere direttamente alla villa d'Elboeuf, fecero costruire un viale che dalla Reggia attraversava tutto il parco. Alla fine di questo si attraversava un primo ponte su via Gianturco, abbattuto nel 1959 per i lavori di allargamento della strada, ed un secondo ponte sulla linea ferroviaria, tutt'ora esistente, che dava accesso al palazzo.

Con l'unità d'Italia i beni dei Borbone furono alienati al Demanio, la villa fu messa all'asta ed acquistata dalla famiglia Bruno, nome che si legge sulle targhe dei pilastri d'ingresso.

Negli ultimi anni la villa è stata frazionata in diversi appartamenti, concessi in fitto, poi riacquistata da un unico proprietario.

 

 

 

 

 

 

 

 

Villa Meola

Situata al civico 49 di via Marconi, è un evidente esempio di rococò napoletano, definita dal Pane "gemma settecentesca della costa vesuviana". Fu fatta costruire nel 1724 dal marchese Danza, come attesta una lapide murata in quella che un tempo era la cappella della villa: D.O.M. Carolus Danza construendurn curavit A.D. MDCCXXIV.

Non si hanno notizie certe in merito all'autore dell'edificio, a causa della scomparsa degli archivi privati e dei numerosi passaggi di proprietà. Tuttavia molti indizi stilistici, quali decorazioni in stucco del cortile ed il disegno del portico, fanno pensare all'opera dell'architetto Vaccaro, anche se non manca, nel disegno della scala, l'ininfluenza dell'altro grande architetto del Settecento, il Sanfelice, tanto che alcuni studiosi avanzano l'ipotesi che ambedue gli architetti siano intervenuti nella fabbrica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In seguito la villa appartenne ai marchesi Tagliava d'Aragona e nel 1911 fu acquistata dal dottor Felice Meola. Già nella mappa del duca di Noja del 1775 la villa appare in una planimetria simile a quella attuale, con uno scherno a due "L" che si affrontano e si saldano in corrispondenza dell'altro, con uno sviluppo maggiore dell'ala destra.

 

 

 

 

 

Superato l'ingresso, si scopre, nella prospettiva dell'androne, la bellissima scala aperta,

 

a due rampe simmetriche,attraverso la quale traspare il giardino. Essa, agile nella struttura ad un sol piano ed a tre sole arcate, a differenza delle altre scale napoletane del Settecento, nelle quali il motivo viene ripetuto ad ogni piano, apre il varco ad un viale, che attraverso il parco.

In corrispondenza, sul lato opposto della strada, c'era in origine un altro viale che, partendo da un'esedra situata di fronte al portale, attraversa l'enorme territorio annesso alla villa e sboccava alla "Strada Regia" di Portici. Il piccolo cortile quadrato, caratterizzato da allegre decorazioni in stucco bianco, volute e mascheroni che propongono motivi naturalistici di vita vegetale, è circondato su tre lati da un porticato e sul quarto è concluso dalla scala aperta. Le due rampe, partendo dall'arca centrale, svoltano sui due lati e raggiungono la loggia che circonda il cortile, stabilendo un percorso continuo che lega la scala all'edificio. Sulla destra dell'atrio si apre un ambiente che ha conservato intatto il fascino conferitogli dalla grazia del lieve ornato che, più ricco sulla volta ribassata, si ripete più semplificato sulle pareti.

Lo stato attuale della villa è buono. Il giardino, quasi totalmente conservato e coltivato ad agrumeto, presenta ancora sul viale principale dei piedistalli in piperno, sui quali poggiavano, secondo l'uso settecentesco, dei busti di marmo.

Le varie modifiche ed aggiunte subite non hanno granché alterato la bellezza di questa costruzione che conserva, quasi intatta, la decorazione del cortile e che giustamente è annoverata dal Pane "tra le tante minori case di delizie della costa vesuviana".

Palazzo E Cappella Marinucci

Al numero 61 dell'attuale via Marconi, si trova Palazzo Marinucci, appartenuto, nel 1882, al marchese Bassano, come testimonia Vincenzo Jori nel volume "Portici e la sua storia" pubblicato in quello stesso anno.

Non se ne conosce con precisione la data di costruzione, ma la presenza, all'interno del cortile, di una stretta scala aperta, situata sulla destra, simile a quella di molti palazzi napoletani risalenti alla metà dell'Ottocento, fa ritenere gli studiosi d'arte che l'edificio risalga appunto a quell'epoca.

Dal cortile, attraverso una gradinata, si accede al giardino, confinante con quello di villa Meola e con i palazzi di via Poli.

In esso, che è il più esteso di quelli sopravvissuti alla speculazione edilizia degli anni del dopoguerra, si trovano piante di aranci, mandarini, cicas, camelie, colle e palme, presenti in tutti i giardini di via Diaz.

 

 

 

 

Il marchese Bassano, probabilmente primo proprietario, nel 1879 fece restaurare la cappella dell'edificio,

 come testimonia una lapide all'interno della sagrestia (a tal proposito, c'è da notare il contrasto tra questa data e quella del 1898 incisa all'esterno). L'interno della cappella, che è dedicata alla Madonna delle Grazie, è di forma rettangolare, abbellito da una decorazione bicromatica di gusto neoclassico. Alle pareti vi sono lesine e capitelli corinzi, con motivi riproposti nel portale interno in legno; al soffitto tondi con affreschi, rappresentanti gruppi di angeli. Sull'altare un dipinto in stile bizantino raffigurante la Madonna delle Grazie.

Dalla cappella uno stretto corridoio conduceva agli appartamenti di una comunità di suore, cui la cappella stessa apparteneva prima di pervenire alla famiglia Marinucci, attuale proprietaria. Per volontà della Curia Vescovile, la cappella Marinucci è attualmente aperta al culto solo in occasione della Madonna delle Grazie.

 

 

 

 

 

 

Villa Liberty

 

La villa fu costruita nel 1920 per volontà di una piccola, ma ricca commerciante, la signora Giovanna Lo Preiato, di Vibo Valentia. Sembra che la villa costituisca la copia di un opera settecentesca toscana

Il fabbricato, costituito da quattro piani è caratterizzato da una pianta ad "U", le cui braccia, protese verso il retro, formano un piccolo cortile prospiciente l'ampio giardino sul retro.

L'edificio s'innalza su tre ordini. Il primo presenta al centro il portale d'ingresso preceduto da una breve scalinata che conduce all'androne della villa e fiancheggiato da due tolomei che sostengono un imponente balcone.

Il 2° ordine è ritmato dalla presenza alternata da balconi e finestre fiancheggiati da lesine a fusto scanalato culminanti in eleganti capitelli corinzi.

L'elemento di spicco è senz'altro costituito dal balcone principale. La sua balaustra a colonnine antropomorfe segue un andamento plastico e sinuoso, conferendo movimento e leggerezza a questo ampio balcone.

 

E' interessante notare come i timpani arcuati, siano "interrotti" per ospitare al centro un grosso medaglione che reca scolpito un volto di donna. Il tutto è contornato da un cornicione particolarmente ricco di fregi, sculture leonine, motivi floreali e medaglioni, in linea con lo stile architettonico dell'epoca.

L'elegante scala interna con balaustra in ferro battuto con motivi liberty costituisce uno dei pochi elementi della villa che abbia conservato interamente il suo originale apparato decorativo. Le rampe sono coperte da semivolte a botte decorate semplicemente con motivi floreali. Il momento decorativo degli interni raggiunge il suo apice grazie alla presenza dei pregievoli affreschi che ritroviamo a copertura di molti ambienti.

 

Villa Betty

L'edificio, sito in via Diaz n° 109, fu costruito nel 1922. Oggi, completamente ristrutturato, porta il nome di Villa Betty in onore dell'attuale proprietaria. Purtroppo non è stato possibile risalire a notizie inerenti la "storia" di questa villa, nè alla sua originaria struttura.

Non siamo a conoscenza di quanto essa abbia effettivamente preso del suo vecchio apparato decorativo anche perché, prima del restauro portato a compimento dagli attuali proprietari, essa versava in condizioni fatiscenti e di completo degrado.

La villa, costruita negli anni '20 del nostro secolo, è un esempio di architettura liberty tipico di quell'epoca. Si articola su quattro piani: seminterrato, rialzo, primo ed attico. L'accesso è permesso grazie alla presenza di un ampio giardino prospiciente a via Diaz. Tale spazio anteriore ospita una breve scalinata arricchita dalla presenza di pregevoli marmi che la fiancheggiano, scolpiti o raffiguranti foglie e rami.

La scala conduce al portale d'ingresso, fiancheggiato da semplici lesene culminanti in capitelli dorici, sormontati da un finto architrave a decorazioni floreali. Il tutto è coronato da un semplice timpano piatto.

Il portale costituisce l'accesso ad uno degli ambienti più interessanti dell'opera: il vano scala. Esso ha conservato molti dei suoi originari elementi decorativi. le rampe sono coperte da semivolte a botte; la balaustra di ferro battuto, leggiadramente trattato, costituisce uno degli elementi che meglio riflettono lo stile dell'epoca.

L'edificio è costituito da tre ordini che s'innalzano su un grosso basamento. Ogni ordine è scandito da un regolare gioco di piani e di vuoti che viene ripreso anche sui prospetti laterali.

Al 1° ordine, ritroviamo,  oltre all'apertura che costituisce all'ingresso della villa, tre grandi finestre rettangolari, sormontate da timpani piatti, incorniciate con molta semplicità ed arricchite da decorazioni floreali.

Al 2° ordine, oltre alle finestre, ritroviamo un balconcino con pregevole balaustra di ferro battuto. Il livello costituito dall'attico, in facciata, è caratterizzato dalla presenza di tre finestre arcuate separate tra loro da semplici colonnine a fusto liscio. Anche queste sono sormontate da eleganti decorazioni recanti motivi floreali.

Questo livello è coronato da un cornicione fortemente aggettante sorretto da grosse mensole a volute. Gli unici originari motivi decorativi che ancora ritroviamo sono costituiti da eleganti stucchi recanti decorazioni floreali che è possibile ammirare sulla copertina del salone e da una delle vetrate della porta situata sempre nel suddetto salone.

Villa Fernandes

In via Diaz 144, si incontra una caratteristica recinzione, tipica opera dei maestri napoletani del ferro battuto.

Osservando il complesso si viene subito attratti dal pronao a forma ellittica formato da dieci colonne sormontati da capitelli dorici che reggono la balconata del primo piano. Chi ha progettato questa forma ellittica prospiciente la facciata principale ed introducendo, tra una colonna e l'altra, balaustre curve che rendono più puro e limpido l'insieme.

Al primo piano, l'apertura principale della balconata è studiata volutamente per raccordarsi

 con l'arco di chiusura superiore nella quale capeggiano tre cerchi che raccolgono lo stemma di famiglia. Agli estremi della facciata sono presenti inoltre due lesene sormontati da capitelli ionici che, con quelli della balconata, sorreggono una trabeazione. Gli elementi e lo stile si richiamano ad un grande artista quale fu il Palladio e sono presenti nelle grandi ville venete che ricordano il classicismo greco tanto caro all'artista padovano.

Ma non vi è solo l'influsso del Palladio. Infatti lo stesso arco con tre cerchi ricorda Giuliano da Sangallo, così come si scorgono ancora alcuni elementi del tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante.

Dal giardino si accede al pronao attraverso una scenografica scalinata semiellittica. Al piano rialzato si può ammirare un salone con in alto, lungo le pareti, fasce affrescate di puttini del periodo "tardo napoletano".

A destra del salone si trova un altro scalone che porta al primo piano dove due grandi saloni per cerimonie, intervallati da archi a tutto sesto, pongono in evidenza la vastità e la serenità dell'ambiente di raffinata bellezza; intorno a questi altri vani di minori dimensioni.

La villa sta per essere acquisita al patrimonio del Comune che intende destinarla ad attività sociali.

Palazzo Amoretti

 

L'edificio, primo nucleo del quartiere Amoretti, sorto su pietra lavica nel 1744, era di proprietà del nobile canonico O. Vincenzo Amoretti, custode della Cimelioteca della Cattedrale di Napoli.

Nato per accogliere nobili ed ecclesiastici di passaggio sul territorio, successivamente, grazie all'opera dei vari ordini religiosi che lo hanno abitato, è stato aperto ad attività assistenziali, garantendosi così la propria memoria storica nella gente del luogo tanto che l'intera zona è oggi denominata "Moretta" con evidente trasformazione popolare del nome.

Nel palazzo vi soggiornò, per quindici giorni, l'imperatore d'Austria Giuseppe II, giunto a Portici il 31 marzo del 1769 per far visita alla sorella Maria Carolina e al cognato Ferdinando IV. Alloggiava già qui il suo ambasciatore, Antonio Venceslao, nominato Primo Ministro da Mari Teresa.

Di complessivi mq. 4560 di superficie coperta e di mq. 1360 di giardini, oggi distrutti, il fabbricato, da un punto di vista architettonico, presenta solo in parte le caratteristiche delle ville vesuviane.

La facciata, interrotta da tre portali di piperno, scorre abbastanza monotona e presenta in due punti edicole con raffigurazioni di San Nicola e dell'Immacolata.

Accanto ad uno dei portali è sistemata una lapide in marmo con iscrizione latina che evidenzia l'antico splendore.

Solo il corpo centrale sembra voler essere messo in rilievo dagli stucchi più articolati e complessi.

Tutto il fabbricato si sviluppa su tre piani: al piano terra una successione di finestre; al primo piano i balconi rettangolari in piperno con angoli arrotondati; al secondo piano ancora balconi, meno aggettanti; sul terrazzo è conservata, ancora nel suo alloggiamento, una campana in bronzo con decorazioni e con i nominativi delle suore che acquistarono quella parte del palazzo nel 1885.

Nel 1750 fu costruita la Cappella dedicata all'Immacolata Concezione, oggi restaurata, nella quale è conservato il pavimento dell'epoca.

 

 

 

Villa Orsini Gravina

Le caratteristiche climatiche della zona e le condizioni naturali del terreno, che degradava dolcemente verso la costa permettendo di godere contemporaneamente sia della veduta del Vesuvio che del golfo, furono certamente i motivi che spinsero Giuseppe Maria di Lecce, avvocato e patrizio di Lucera, ad acquistare la vasta proprietà terriera (quattro ettari) nell'odierna Bellavista, per costruirvi la sua residenza estiva.

I lavori ebbero inizio nel 1748 e furono completati tra il 1752 e il 1754, ad opera dei "regio ingegnere" Ignazio Cuomo, architetto contemporaneo di Luigi Vanvitelli, con il quale spesso si scontrò professionalmente. L'incantevole sito divenne una tappa obbligatoria delle passeggiate locali, almeno dall'inizio del secolo, da quando la regina Carolina d'Austria, moglie di Ferdinando IV, qui spesso convenendo, soleva ripetere "OH che bella vista", e ad esso avrebbe attribuito il nome "Bellavista" poi esteso anche al circostante territorio chiamato Campitelli.

L'immobile, alla morte del di Lecce, passò nel 1787 agli Orsini Gravina, dei quali si conservano, nell'esedra, i due orsi di pietra reggenti lo stemma della famiglia.

Nel 1837 il complesso fu acquistato dai Padri Scolopi, poi, in seguito alla legge di soppressione delle corporazioni religiose del 5 agosto 1867, il complesso passò al Demanio dello Stato, quindi nuovamente ai Padri Scolopi, che nel 1906 lo adibirono a collegio e a scuola, intitolandolo a Glicerio Landriani.

Nel 1918 il complesso fu dichiarato monumento nazionale e nel 1971 fu incluso nell'elenco delle Ville Vesuviane del XVIII secolo.

Anche se la villa ha subito variazioni in funzione della nuova destinazione d'uso, certamente questo le ha permesso di conservarsi in buono stato, forse tra i migliori della zona vesuviana.

L'impianto della villa si sviluppa secondo due assi ortogonali ordinatori: il primo parallelo alla costa, il secondo orientato secondo la direttrice mare - Vesuvio.

Elemento caratterizzante è il salone in asse con il lungo androne sottostante, che si pone come luogo di riferimento della casa e punto di convergenza dei percorsi interni ed esterni alla residenza. Suggestiva è la disposizione degli ambienti attorno al salone, che si collegano ad esso attraverso l'intelligente sequenza delle porte poste in asse, secondo la caratteristica enfilade. Di fronte, a nord, quasi come una trasposizione all'aperto del salone, di poco sollevato dal giardino, a copertura del vano ellittico del piano terra, è un ampio terrazzo, collegato alle ali retrostanti al salone.

L'ordine gigante delle lesene caratterizza sia i prospetti esterni che quelli interni sul cortile; capitelli ionici con festoni sormontano le lesene che, riquadrate lungo i fianchi ed in fronte al rilievo, si alternano alle aperture.

Sul fronte principale la decorazione del piano nobile è più ricca, con i tavolini in pietra sorretti da mensole per i balconi, con le ringhiere in ferro battuto e i timpani curvi, rispetto a quella del piano terra, che si presenta, invece, con le finestre più semplicemente riquadrate.

Particolarmente interessante è qui la partitura centrale: sul portale di pietra vesuviano e piperno fortemente aggettante, grava l'ampia balconata del salone, con l'apertura incorniciato da colonne su plinti squadrati e sormontate ancora da capitelli ionici con festoni sorreggenti un timpano triangolare, che invadendo lo spazio dell'architrave, interrompe la continuità della trabeazione.

Dal cortile è possibile raggiungere il basso corpo delle scuderie e rimesse delle carrozze, che oggi ospita il salone adibito a conferenze, e la Cappella pubblica, forse l'elemento più prezioso di tutto l'insieme, costruita contemporaneamente al palazzo e dedicata alla SS. Croce.

Il simbolo ricorre nella chiave del portale, nei capitelli delle paraste dell'invaso e principalmente nelle tre tele che conserva illustranti le vicende della Croce, firmate da Lorenzo De Caro, artista che operò a Napoli fra il 1740 ed il 1761, delle quali sono datate rispettivamente "1751, Deposizione della Croce, e 1756 Ritrovamento della Croce", la terza rappresenta la crocifissione.

L'interno della Cappella è a pianta rettangolare, diviso in due settori. Il primo, corrispondente all'altare, coperto con una volta estradossata molto ribassata, con due putti in marmo, opera di Fortunato Onelli, dei quali ne resta solo uno, l'altro trafugato nel 1970. Il secondo settore, preceduto da una breve balconata sorretta da colonne di pietra, riservata alla famiglia Lecce, è accessibile dal terrazzo posto al di sopra delle scuderie.

Di grande interesse è la facciata su via Gravina che, come per il palazzo, è scandita da lesene giganti, sormontate però da capitelli compositi, mentre l'attico, che impedisce la vista dal basso delle volte estradossate dell'invaso, ripete il movimento poligonale della parete sottostante, vivacizzandola con strette cuspidi che terminano oltre il bordo superiore della muratura.

Villa Silvana  

Al civico 31 di via Verdi, è stata restituita al suo originario splendore, dopo un magistrale e laborioso intervento di restauro, una casa signorile con ingresso anche da via de Lautieres n° 3.

Nel tempo è appartenuta ai Sannino, agli Sgambati - Ambrosio, agli Auriemma ed, infine, dal 1990 agli attuali proprietari, i coniugi Petrucci e Silvana Fucito, quest'ultima eponimo della casa - Villa.

Il piano inferiore ha una superficie esterna decorata da fascie orizzontali di intonaco leggermente sporgenti ed al centro un corpo aggettante che inquadra il portone d'ingresso ad arco appena ribassato.

Il piano superiore, piano nobile, presenta una facciata dalla superficie liscia, interrotta dal balcone in asse al portone, la cui mensola è sostenuta dal corpo inferiore aggettante e da quattro "gattoni" a volute di gusto "rocaille".

Varcato l'ingresso, l'atrio - vestibolo si presenta ampio e luminoso, con vista in asse sul retrostante giardino ricco di essenze esotiche. La facciata sul giardino all'italiana presenta, al centro un piccolo avancorpo sorretto da due colonne tuscaniche reggenti un balcone - terrazzo.

A sinistra del piccolo porticato, un corridoio di servizio conduce alla cantina che costituisce, dell'organismo architettonico, un particolare molto interessante per la configurazione ad ipogeocisterna.

Il piano superiore è vasto, luminoso ed articolato in varie stanze di soggiorno, rappresentanza, letto, servizi. In corrispondenza  del vestibolo inferiore, il salone di rappresentanza guarda via Verdi ed il giardino, assumendo l'aspetto e la successione degli ambienti come la tipologia delle Ville Vesuviane.