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useo Nazionale Ferroviario Di Pietrarsa La storia ferroviaria italiana è strettamente legata alla realizzazione della Napoli - Portici inaugurata il 3 Ottobre 1839. Il Museo sorge nell'antica località denominata Leucoperta (pietra bianca) che, in seguito all'eruzione del Vesuvio del 1631, assume l'attuale denominazione di Pietrarsa.
Il moderno Museo Ferroviario, inaugurato ufficialmente nel 1989 dopo una parziale apertura nel 1982, è stato sistemato con un'attenta scelta e dopo opportuni lavori di ristrutturazione nei capannoni industriali ove sono nate alcune delle locomotive più valide e significanti per lo sviluppo della rete ferroviaria italiana. L'antico Opificio è il luogo più adatto a ricreare l'atmosfera e la corretta documentazione su attrezzi di lavoro, sviluppo delle tecnologie e modernizzazione del servizio che hanno caratterizzato la crescita delle strade ferrate. Il trasferimento delle attività di manutenzione e costruzione di materiale ferroviario a S. Maria la Bruna (15 Novembre 1975) ha segnato la fine delle lavorazioni nelle Officine di Pietrarsa che dal 1840 avevano operato provvedendo ai bisogni prima del Regno di Napoli e successivamente del Regno d'Italia. L'insediamento industriale fu propugnato da Ferdinando II di Borbone che volle rendere autonomo il suo Regno dalle industrie inglesi all'avanguardia nella costruzione delle Macchine a Vapore. Nel periodo di massima espansione vi erano occupati 850 operai, 200 operai straordinari e 75 artiglieri, vi producevano ghisa, rotaie, caldaie, locomotive, macchine a vapore per le navi e proiettili; vi si riparavano apparati motori di navi, locomotive e apparecchiature di altri opifici del Meridione. Pietrarsa costituì il primo nucleo industriale della Penisola precedendo di vari anni i futuri colossi industriali: Breda, Fiat, Ansaldo, ecc. L'unificazione d'Italia segnò, nei primi anni, crescenti difficoltà culminate con i licenziamenti nel 1863. L'aumento del lavoro da 10 a11 ore giornaliere spinse i lavoratori a scioperare; caricati da 30 bersaglieri lasciarono sul terreno 4 compagni morti e ne videro altri 20 feriti. (6 Agosto) Nell'Italia unita il primo sciopero derterminò il primo eccidio di operai ricordato da un bassorilievo dello scultore porticese B. Galbiati nel piazzale del Museo. Dopo alterne vicende e ristrutturazioni le produzioni si incrementarono nuovamente dal 1920 allo scoppio della seconda guerra mondiale.
L'esposizione offre un ampio panorama di macchine e attrezzature utilizzate dalle primitive maestranze.
Fa bella mostra di sé la locomotiva Bayard che trainò il primo convoglio da Napoli a Portici, ricostruita nel 1939 ed esposta in varie mostre ferroviarie europee.
Di particolare valore storico sono: la locomotiva 740.115 che per un tratto fu utilizzata per il trasporto della salma del Milite Ignoto da Aquileia a Roma; la carrozza presidenziale, ex reale, costruita nel 1928 arricchita da decorazioni in oro nel salone; l'abbigliamento usato dai ferrovieri; i biglietti dei primi anni di storia ferroviaria e numerosi altri cimeli. In totale sono visibili 26 locomotive a vapore, 4 locomotori elettrici trifase, 4 locomotori a corrente continua, 5 locomotori diesel, 2 elettromotrici, 5 automotrici termiche, 10 carrozze passeggeri. La visita consente di conoscere la trasformazione del materiale rotabile, delle attrezzature di lavoro, delle biglietterie, plastici di alcu ne stazioni presenti sulla rete italiana e modelli, in scala, di locomotori e carrozze speciali. Una colossale statua di Ferdinando II di Borbone alta 4.50 metri, fusa in ghisa, è ancora testimonianza della specializzazione conseguita, già nel 1852, dagli operai che hanno prestato la loro opera per il prestigio e l'ampliamento della ferrovia in Italia. A sinistra della statua, posta in fondo al viale destro di fronte al capannone principale della mostra, è stato ricostruita una penisola dei primi anni di questo secolo che consente ai visitatori di rituffarsi nel passato con la sua aria sobria eleganza e di perfetta scelta dei materiali impiegati. Porto Borbonico Del Granatello
Una vasta parte del territorio costiero, comprendente anche il porto, viene comunemente chiamato "Granatello". Tale nome deriva dalla presenza, nel passato, sulla fascia costiera, di molte piante di melo - granati, poi distrutti dalla lava e dalla costruzione delle ville del '700.
Spesso, nel corso dei secoli, la lava giunta dalle eruzioni del Vesuvio ha modificato l'aspetto della costa, allungandola a scapito del mare. Si pensi che, secoli or sono, l'attuale Piazza San Ciro si trovava sul mare! Ancora oggi sono visibili resti di lava giunti al mare durante l'eruzione del 1631. Una delle costruzioni più antiche del Granatello è il convento di S. Pasquale (vedi chiese) fatto costruire dai frati Alcantarini nel 1699. Su un suolo concesso dai frati al Principe d'Elboeuf nel 1711, fu fatta costruire l'omonima villa (vedi ville e palazzi). Con la venuta dei Borbone, i luoghi subirono dei cambiamenti. Nel 1738 fu fatto costruire un fortino per la protezione del Palazzo reale che Carlo stava facendo costruire. Di fronte al Convento di San Pasquale il re ordinò la costruzione di una cappella (attualmente distrutta) dedicata all'Immacolata Concezione. Per poter avere un molo di accesso, il re acquistò anche villa d'Elboeuf ai piedi della quale fece realizzare delle peschiere ed accanto ad esse il figlio Ferdinando IV fece costruire i "Bagni della Regina". Per comunicare con questa zona i reali usavano un ponte e poi attraversavano il parco (attuale Villa Comunale) . Gli stessi reali ordinarono la costruzione del porto per poter accedere alla zona con le proprie imbarcazioni anche via mare.
La costruzione del porto iniziò nel 1773, minando la lava che si era accumulata dopo l'eruzione del 1631, dando così profondità alla zona e sistemando massi vulcanici in acqua per formare delle banchine di protezione dalla corrente. Inizialmente il porto servì come punto di approdo della famiglia reale, ma fu utile anche come approdo del naviglio dei pescatori. Successivamente lo scalo si sviluppò e sul posto sorsero diverse industrie fra cui la Società Italo - Americana di deposito dei combustibili. Nell'800 la merce giungeva al Granatello su grosse barche a vela (gozzoni): in prevalenza agrumi, olio, vasellame di terracotta, grano, bovini ed equini. Erano esportati, invece, carbone, calce viva, pietre laviche (per lastricare le strade) e cordami. Lo sviluppo mercantile del porto gli fece acquistare un'importanza tale che nel 1910 fu proclamato porto di seconda categoria.
Da allora non ha subito grosse trasformazioni, tranne che nel periodico allargamento delle banchine e nel 1955 con la costruzione di una diga frangiflutti. Il porto del Granatello acquisì grande importanza durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra, in quanto porto sussidiario a quello di Napoli. Oggi ne è il porto satellite e vi sbarca principalmente materiale ferroso.
Stazione Bellavista
Nel 1904 fu costruita la stazione di Bellavista a breve distanza da via Diaz; successivamente nel 1927 l'architetto Carlo Avena fu incaricato di edificare l'attuale stazione. La prima stazione fu destinata ad uso abitativo del personale della Circumvesuviana, ma successivamente abbattuta per realizzare il raddoppiamento dei binari. In seguito al terremoto del 1980 fu circondata da un muro di protezione perché pericolante; furono murate porte e finestre. Se ne temeva la demolizione. La volontà cittadina, espressa attraverso la voce di alcune associazioni culturali, ne ha sollecitato il ripristino e così il Comune di Portici, che ne è divenuto proprietario da sedici anni, l'ha restaurata ed il 5 gennaio 1997 l'ha inaugurata e destinata a centro per la formazione e l'aggregazione dei giovani. Lo stile della costruzione è atipico, unisce diversi elementi formali e strutturali di epoche passate molto distanti tra di loro come capitelli, trifore, portici, mensole agli sbalzi, timpani, pinnacoli: una varietà di elementi resa ancor più vivace dal rivestimento di maioliche bianco e blu, giallo e verde. Costruzione eclettica, dunque, che trova i riferimenti culturali nell'art noveau, il movimento artistico diffuso in Europa a partire dal 1880 che ha interessato prevalentemente l'architettura e le cosiddette arti minori, per meglio dire, le arti applicate. |