Cinema
Chiunque
conosce registi sudafricani come Johnatan Liebesman (Non
aprite quella porta), Roger Michell (Notting hill)
o Gavin Hood (X-Man). Perché l’esplosione
creativa post-Apartheid ha riguardato anche il grande
schermo. È anche vero, però, che il cinema qui non è mai
morto perché, seppur imbavagliato in patria, riusciva a
vivere in esilio: durante l’oppressione razzista i
cineasti più abbienti si trasferirono a Londra (tra
questi uno dei pionieri del cinema sudafricano nero,
recentemente scomparso, Lionel Ngakane) e continuarono a
lavorare. Di sicuro hanno reso omaggio al loro mestiere
Ross Devenish (Marigolds in August, 1980, sulla
dura vita nera nei ghetti), Jans Rautenbach (Die
Kandidaat, 1968, una dura critica al purismo degli
Afrikaaners, e Katrina, del 1969, censurato per
la forte impronta anti-Apartheid).
La censura in patria
era feroce e molti autori furono “decapitati”: tra i film proibiti
anche molti documentari sull’orrore dell’Apartheid come Last
Grave at Dimbaza (Nana Mahomo, 1974, che costrinse l’allora
governo a bilanciare con una serie di film-propaganda), The Two
Rivers (Mark Newman, 1980), Witness to Apartheid (Sharon
Sopher e Kevin Harris, 1987) e Dinkaga (Jamie Uys, 1980).
Intanto, la nuova
generazione di filmakers sudafricani (Ramadan Suleiman, Zola Maseko,
Oliver Schmitz, Ntshaveni Wa Luruli, Teboho Mahlatsi) sta cavalcando
una grande onda e oggi, come già da qualche tempo, vengono girate
almeno 30 produzioni internazionali ogni anno. Secondo le
proiezioni, il Sudafrica nel 2010 attirerà centinaia di nuove
produzioni (un film a Città del Capo costa il 40 per cento in meno
che in USA, Europa o Australia): in visione di ciò, è stata da poco
inaugurata una parte del nuovo “Cape Town Film Studios” (presentato
a Cannes in occasione del 62esimo Festival del Cinema). Anche un
guru della produzione bollywoodiana, Kumar Taurani, che ha da poco
trascorso tre mesi in Sudafrica per girare il film “Prince of
Thieves”, ha definito il paese “altamente competitivo” grazie alla
cooperazione dei dipartimenti governativi che rilasciano ampi
permessi e ai nuovi studio particolarmente all’avanguardia per la
realizzazione delle scene al computer.
Tra poco, a giugno,
inaugura la nuova edizione del National Arts Festival (Grahamstown,
Eastern Cape) dove, oltre a intrattenimento a 360 gradi dal teatro,
alla musica, alla danza, a tutte le forme d’arte contaminata, si
troverà un’offerta di cultura cinematografica molto interessante:
registi, attori, autori e interpreti esordienti, scenografi,
sceneggiatori, documentaristi. Essendo il festival più noto del
Sudafrica, questi 10 giorni sono ottima occasione per gli addetti ai
lavori per farsi conoscere e promuovere le proprie opere ma anche
per il grande pubblico che vuole confrontarsi con le ultime tendenze
della cinematografia africana e internazionale.
A settembre invece
gli amanti del cinema si concentrano a Kimberley (Northen Cape), al
Gariep Kunstefees. Da sei anni questo incontro (in afrikaans
significa “Festival delle arti”) è trampolino di lancio per autori e
interpreti del cinema africano.
Teatro
Si
direbbe che il Sudafrica sia il paese del teatro:
cabaret, dramma, commedia, musical, danza, balletto,
classica, opera, nella sua tradizione non manca niente.
E per rappresentare tutta questa varietà di produzioni
si va da location storiche e tradizionali a strutture
postmoderne, passando attraverso gli allestimenti
stravaganti delle campagne (ex fattorie, mercati della
frutta convertiti in auditori) o delle township, fino ai
Casino. Nel paese si contano oltre 100 spazi attivi che
offrono sia piece indigene sia testi classici sia show
da main stream alla Broadway, con festival grandi e
piccoli che coprono tutto l’arco dell’anno (il più
importante è il National Arts Festival di Grahamstown,
che da 30 anni porta in scena gli artisti sudafricani di
maggior rilievo).
DALLE ORIGINI
L’esplosione
artistica però è fenomeno nuovo. Facendo un passo indietro nel
tempo, sono solo due i fenomeni rilevanti per quanto riguarda la
creatività del teatro sudafricano: il musical King Kong, che
negli anni Cinquanta del Novecento travolse il mondo, e il lavoro
degli anni Settanta del Market Theatre di Johannesburg. L’Apartheid,
infatti, impediva qualsiasi contatto degli artisti indigeni con il
resto del mondo che dovevano per forza contare solo sulle proprie
risorse.
Se volessimo
rintracciare gli albori della tradizione teatrale sudafricana,
dovremmo risalire alla tradizione orale: intorno ai fuochi si
narravano drammi a un pubblico di famiglie e lavoratori: le
performance sul palco sono tardive — 1830 — anche perché il
calvinismo degli ugonotti considerava il teatro stregoneria.
Negli anni
Venti-Trenta del Novecento inizia a fiorire, nelle township nere,
l’usanza di arrangiare rappresentazioni teatrali a tema lavoro, per
incoraggiare chi faticava tutto il giorno. Nel 1932 nasce la Bantu
Dramatic Society con la specifica missione di incoraggiare il teatro
e le arti bantu: il primo dramma di un autore nero pubblicato in
inglese fu quello di Herbert Dhlomo, un tentativo tutto politico di
usare l’arte per sfidare i coloni.
Di sicuro erano le
due famose township di Johannesburg (Sophiatown) e di Capetown (District
Six) le più vive artisticamente, grazie alla commistione etnica
(bianchi, neri, asiatici, “coloured”) e allo stile di vita aperto a
qualunque scambio. Qui, dagli anni Quaranta, il teatro si
contaminava col jazz americano, con gli artisti locali e con gli
inglesi, e le gag comiche, la musica dal vivo, e la danza e le
canzoni tradizionali diventavano parte di una stessa
rappresentazione. La distruzione di queste township non inghiottì
anche i due musical nati proprio in queste strade, premiati poi in
tutto il mondo: District Six e King Kong, che nel 1959
debuttò al Witwatersrland University Great Hall e poi a Londra,
facendo conoscere a tutto il mondo la cantante Miriam Makeba.
POST APHARTEID:
GLI ANNI '90 DEL NOVECENTO
Inizialmente, visto
il crimine diffuso, la gente non usciva di casa e gli autori,
umiliati come persone e poi anche come artisti, tacevano o, per
sopravvivere, scrivevano soap per la tv. Ma poi, piano piano, i
manager dirottarono la produzione offrendola in location fuori dai
sobborghi più pericolosi (al Museo delle Miniere d’Oro, nei Casino,
nei centri commerciali), riuscendo in tal modo ad attivare un
circuito virtuoso. Ed ecco, col sorgere del nuovo secolo, il Market
Theatre Laboratory, il Saturday Children’s Theatre Workshops al
Liberty Theatre on the Square, il Cape Town Theatre Lab, il
Johannesburg Youth Theatre, con eventi importanti come il Market’s
Community and Young Writers’Festivals.
Sparito il tentativo
di propaganda politica, quindi, il teatro torna a se stesso con nomi
di rilievo anche internazionale come Lesego Rampolokeng, Xoli
Norman, Mondi Mayepu, Heinrich Reisenhofer e Oscar Petersen, Fiona
Coyne, Mark Lottering, Nazli George, Craig Freimond, e Rajesh Gopie
che parlano liberamente di temi attuali, compresi omosessualità e
droga, e interagiscono col pubblico, sempre più giovane, al passo
con le sperimentazioni artistiche internazionali. Nascono nuovi
teatri ovunque (l’Artscape, il Warehouse e l’High Street Theatre di
Cape Town, con lavori in afrikaans) e persino al Free State,
un tempo conservatore, il Performing Arts Council promuove talenti
locali in tutti i campi artistici.
Danza
Il
Sudafrica sta diventando un luogo di interesse
internazionale per nuovi talenti artistici, soprattutto
nella danza contemporanea e nella musica elettronica.
Sono ormai moltissimi i festival sparsi per il paese e
l’offerta, culturalmente ricchissima, copre ogni periodo
dell’anno. Si va da proposte per addetti ai lavori, tra
avanguardia e sperimentazione, a spettacoli pop e di
massa, per tutti, sudafricani, africani e pubblico
internazionale. Per la danza è il FNB Dance Umbrella, a
Johannesburg (febbraio), la principale fucina di nuove
proposte contemporanee (ha lanciato molti talenti
sudafricani in tutto il mondo tra cui Vincent Mantsoe,
Robyn Orlin and Boyzie Cekwana). Ma anche i 200
spettacoli su 3 palchi diversi del Klein Karoo Nationale
Kunstefees, a Oudtshoorn (Western Cape), in aprile, nato
come alternativa afrikaans all’English National Arts
Festival, si propone di promuovere, accanto a
professionisti internazionali, giovani emergenti
(attori, danzatori e coreografi).
Musica
Non si
può parlare di musica sudafricana senza citare star
internazionali come Miriam Makeba, regina del jazz e
nota per il suo impegno politico contro il regime
dell’Apartheid (fu anche delegato alle, e Ladysmith
Black Mambazo, gruppo corale sudafricano, più volte
disco d’oro e di platino con la loro musica
tradizionale. Ma è stata la fine dell’Apartheid a far
decollare l’industria musicale sudafricana. La musica
fatta dai neri per i neri ha dimostrato di essere quella
più potente e artisticamente originale e competitiva
sulla scena mondiale. Lo sviluppo della musica
sudafricana è stata tra l’altro tra gli obiettivi del
governo dell’African National Congress che decise di
imporre nelle trasmissioni radio un 20 per cento di
musica locale. La musica commerciale è poi esplosa con
la libertà, per i ragazzi, di frequentare le discoteche.
KWAITO
Fiore all’occhiello
del paese è il kwaito (in afrikaans significa “arrabbiato”), genere
musicale nato negli anni ‘90 nelle sottoculture underground delle
township (in particolare Soweto) tra i più giovani che, invasi
dall’house music internazionale una volta finita l’Apartheid,
cominciarono a declinarla secondo un sound più simile ai loro ritmi.
Se all’inizio il kwaito era associato alla criminalità, oggi è
riconosciuto nel mondo come un genere di tutto rispetto. Pioniere è
stato M’ndu (e locali come Club Eden, Uforia e DV8, a Capetown), che
interpretò il beat occidentale mixandolo con il garage e l’afropop.
Oggi i testi sono principalmente in inglese (anche se resistono
quelli xhosa, zulu e il vanto della paternità è ormai condiviso (o
confuso) con il resto del mondo, che lo ha fatto proprio
contaminandolo con altri generi. Anche il kwaito insomma è diventato
glocale, ossia nativo in un luogo ma fruito in tutto il mondo e da
esso “sporcato”.
Oggi Arthur Mafokate,
Oskido, Boom Shakae Mdu Masilela sono considerati universalmente
“maestri” da tutti gli adepti della cultura hip pop mondiale e “Kaffir”,
il primo brano kwaito che scalò le classifiche (1993) un vintage
cult. Essendo in assoluto il più grande business musicale
sudafricano, le etichette discografiche specializzate vendono cifre
vertiginose di dischi.
JAZZ
Il jazz, altra
specialità di questo paese così pieno di contraddizioni, nasce nelle
township, dove la musica Americana si coagulava con i ritmi locali
trasformandosi. A marzo, al Cape Town Jazz Festival, si celebrano
due giorni no-stop di jazz: un menu di 40 entrate (singoli musicisti
o gruppi, africani o stranieri) intrattengono 15 mila spettatori su
5 diversi palchi. A Johannesburg invece c’è il Joy of Jazz, il più
grande appuntamento artistico della città, una vera e propria
cascata di jazz declinato in quante più possibili contaminazioni
musicali: più di 200 artisti, anche internazionali, si esibiscono in
diversi locali sparsi per la città.
BLUES, FOLK, HIP
HOP, AFRIKAANS
Il blues e il folk
sono di proprietà del festival pasquale (Oppikoppi Easter Festival,
a Northam, nel North West): più piccolo dell’Oppikoppi Bushveld Bash
di agosto, ha solo un palco e un pubblico locale ma è seguitissimo
(1500 persone).
Il famoso genere
dell’hip pop africano viene invece celebrato a settembre/ottobre, al
Macufe (Bloemfontein, Free State). Il festival culturale Mangaung
ospita i più celebri musicisti africani affermati sul panorama
internazionale che si lanciano in esibizioni straordinarie che
comprendono gospel, kwaito, R&B, rock, ma anche musica classica,
danza, teatro, cabaret, musical, poesia, arti applicate e
artigianato. Fin dalla sua prima edizione, nel 1997, il successo fu
enorme (30 mila spettatori): oggi arrivano 140 mila persone da tutta
l’Africa e dal mondo.
Decisamente
africaans è invece il festival della Standard Bank, a Durban (KwaZulu-Natal):
l’Awesome Africa Music Festival, dal 1999 ospitato nell’Albert Parc,
invita oltre 200 artisti, principalmente africani, che, da 20 paesi
diversi, suonano non-stop su 3 palchi.