Dominique Lapierre Scrittore
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Uomo
aperto, interessato al mondo e ai suoi abitanti il
francese Dominique Lapierre, e’ l’ autore di Un
arcobaleno nella notte (edizione italiana nel 2008, Il
Saggiatore), dedicato alla storia del Sudafrica, ma
anche di La città della gioia (che in Italia, per
Mondadori, fu pubblicato nel 1985), libro che fece
conoscere a tutto il mondo la realtà degli slum indiani.
Da allora la metà del ricavato dei diritti d’autore dei
due libri va a un’associazione indiana, fondata insieme
alla moglie, che si occupa di bambini lebbrosi e per
costruire sulla riva del Gange barconi-ospedale per
ospitare i malati:
Come e’ nata l’idea di dedicare un volume alla storia
del Sudafrica?
Ho lavorato a lungo con Madre Teresa di Calcutta e
tramite un amico venni a conoscenza di una sua emula in
Sudafrica. Helen Lieberman, che durante il regime di
terrore instaurato dall’Apartheid aveva rischiato la
vita per salvare migliaia e migliaia di bambini neri. La
sua storia era tanto bella che avrebbe meritato tutto un
libro. Così mi venne l’idea di scrivere la storia del
Sudafrica. Helen Liebermann fu il punto di partenza di
questa avventura. Fu lei a mostrarmi nel cuore di Città
del Capo la statua di un olandese che era sbarcato sulla
costa sudafricana nel 1652. Si chiamava Jan van Riebeeck.
Giunse a questo estremo lembo con un centinaio di
contadini che avrebbero dovuto piantare insalata per
rifornire di verdura fresca i marinai delle navi della
Compagnia delle Indie orientali che venivano decimati
dallo scorbuto per mancanza di vitamine. Non c’era la
benché minima ombra di progetto di colonizzazione in
questa missione. Quell’uomo mi incuriosì. Scoprii che
lui e i suoi compagni di viaggio erano discepoli della
religione calvinista che insegnava loro di appartenere a
un “popolo eletto”, incaricati di diffonderne i valori
spirituali nel mondo. Fu così che compresi perché, un
giorno, si erano addentati nel continente sudafricano:
cercavano un posto in cui stabilirsi e fondare uno Stato
indipendente, la terra del popolo eletto. Poco alla
volta ricostruii la loro storia fino al momento in cui,
quattro secoli più tardi, un piccolo gruppo di studenti
fu invitato nella Germania di Hitler per perfezionare
gli studi. Fu una scoperta fondamentale per la mia
inchiesta: questi uomini sarebbero diventati, qualche
anno più tardi, i fondatori nell’Africa del Sud di un
regime di separazione razzista inspirato all’ideologia
nazista sulla supremazia della razza ariana e
sull’eliminazione degli ebrei.
Com’è stato possibile che 25 milioni di neri si
sottomettessero ai deliri di onnipotenza di 4 milioni di
bianchi?
I 25 milioni di neri erano divisi, poco educati, direi
analfabeti e per la maggior parte poverissimi. Al
contrario i quattro milioni di bianchi erano molto ben
organizzati e detenevano il potere nel paese a qualsiasi
livello. Era impossibile resistere loro, a meno di non
ingaggiare una rivolta violenta che infatti alla fine
giunse. Ma soltanto dopo mezzo secolo di sottomissione.
Cosa è rimasto secondo lei della figura di Mandela
nell’immaginario collettivo?
Un’immagine di gigante dell’umanità, l’immagine di un
uomo che ha avuto il genio e la forza d’animo di
condurre il suo paese all’eguaglianza dei diritti di
tutti i suoi abitanti, chiamando ognuno alla
riconciliazione per la creazione di una nazione
arcobaleno. È un peccato che in Israele e in Palestina
non esista un uomo dotato di una visione politica così
lungimirante in grado di unire ebrei e arabi in un
medesimo Stato unificato.
Anche la storia di Chris Barnard è emblematica.
La storia di Chris Barnard è emblematica del coraggio
che hanno tirato fuori bianchi come Helen Lieberman e
lui stesso nel pieno del terrore dell’Apartheid per, in
un certo senso, riscattare la coscienza del Sudafrica.
Trapiantare il cuore di un meticcio nel petto di un uomo
bianco fu una sfida fantastica all’ideologia
segregazionista del regime dell’Apartheid.
Metà del governo sudafricano è formato da ministri
donne e nere. Anche il numero delle donne parlamentari è
molto alto.
Non posso che approvare un sistema politico che ritenga
così importante la presenza delle donne. Il ruolo delle
donne nella resistenza alla tirannia dell’Apartheid è
stato formidabile. Come per l’India, sono convinto che
saranno le donne a salvare il futuro.
Cosa può insegnare la storia del Sudafrica al resto
del mondo?
Che è possibile raggiungere la pace attraverso mezzi
pacifici. La tragedia dell’Apartheid sarebbe potuta
terminare in un bagno di sangue ma, grazie alla visione
di un gigante chiamato Mandela, è terminata in un
miracolo: la riconciliazione tra le razze del paese.
Gavin Rajah Stilista
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Le
origini del suo interesse per la moda affondano nella
sua storia familiare. Può raccontarcela?
Mio padre lavorava nell’industria tessile e da bambino
ricordo di aver passato tanto tempo con lui
nell’ambiente della moda. Sono cresciuto circondato da
tessuti e da tutto ciò che ha a che fare con il fashion.
Mentre crescevo non capivo il valore di
quest’esperienza, ma adesso apprezzo davvero tanto quel
periodo passato con mio padre e ho fatto tesoro delle
rigorose richieste di qualità che esigeva sempre dal suo
staff. Dietro la forza che mi ha portato a scegliere la
carriera di stilista c’è stata sicuramente la sua
figura, anche se è stata mia madre a supportare la mia
decisione: mio padre avrebbe preferito che facessi un
lavoro completamente diverso.
Lei ha studiato legge. Come è arrivato a diventare
uno stilista?
Mentre studiavo alla University of Cape Town iniziai a
vendere le rimanenze delle produzioni di mio padre agli
studenti che vivevano con me nel residence. Piano piano
divenne un vero e proprio lavoro: le richiesta erano
così tante che in poco tempo la produzione di mio padre
non era più sufficiente. Così cercai una sarta e dei
tessuti: sapevo disegnare, non ci volle molto. Feci
cucire i miei primi modelli, reinventavo alcuni costumi
da ballo delle ragazze del residence. Fu un’esperienza
incredibile.
Dopo la laurea mi accorsi che l’attività creativa mi
mancava troppo, così decisi di buttarmi a tempo pieno in
quello che sarebbe diventato il mio lavoro. Iniziai
creando modelli solo per alcuni clienti, poi, grazie al
passaparola, iniziarono ad aumentare gli ordini. stato
un percorso lungo, ho anche fatto tanti errori: ma se
oggi sono orgoglioso della mia carriera lo devo proprio
a quelle prime esperienze, così significative e
formative.
Le sue collezioni qualche anno fa hanno impressionato
Parigi. Potrebbe raccontarci da cosa prende ispirazione?
Da molte cose: amo le culture differenti, il teatro,
l’arte, la musica, il viaggio. La mia prima vera
collezione era ispirata al trattato di Umberto Eco
“Storia della bellezza”. Adoro il suo lavoro e trovo che
sia una delle menti più brillanti del nostro secolo
oltre che un astuto ed eloquente genio della
letteratura. Per trarre ispirazione non mi limito mai a
qualcosa di specifico ma scelgo sempre di essere aperto
a tutto. Penso che uno stilista debba costantemente
cercare di reinventare se stesso. E poi, certamente, la
mia ispirazione si giova anche della collaborazione di
altri creativi.
In cosa si definirebbe sudafricano e in che modo la
sua creatività è influenzata dall’essere nato e
cresciuto in questo paese?
Come creativo preferisco non essere definito da un posto
solo, sento che il mio lavoro ha un respiro
internazionale. Quello che mi influenza di più però del
mio Paese sono sicuramente i colori. Noi sudafricani
abbiamo un approccio irriverente ai colori, di cui io
abbondo nelle mie collezioni. Trovo che le mie
controparti occidentali siano molto più caute nella
scelta dei colori. Anche le tradizioni artigianali del
Sudafrica mi hanno ispirato: l’uso, per esempio, delle
perline, che a me piace inserire nelle mie creazioni in
modi differenti. Il mio lavoro è sudafricano per il
semplice fatto che è prodotto e realizzato in Sudafrica.
Cosa ci può raccontare della comunità indiana
sudafricana, la più grande del mondo?
È una comunità piuttosto unita e compatta, ha base
soprattutto a Durban, nella provincia del Kwa-Zulu
Natal. È una comunità che mantiene e sostiene molti dei
valori e delle tradizioni della madrepatria. C’è un
grande senso di collettività e un radicato bisogno di
preservare le tradizioni culturali. Si tratta, tra
l’altro, di una delle comunità più vivaci del Sudafrica
che ha sicuramente il merito di aver portato nel paese
tanti tessuti bellissimi e ornamenti.
Justin Rhodes Gallerista
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La
sua galleria “What if the World Gallery” è nata per
creare iniziative e eventi per promuovere il design e i
designer locali. Come è nato il progetto e perché?
L’idea che abbiamo avuto per promuovere artisti
contemporanei emergenti, soprattutto nel campo del
design di arredamento, è stata molto semplice: ci siamo
resi conto della differenza con cui il mercato globale
rappresenta i giovani talenti. Molte gallerie per
esempio espongono esclusivamente gli artisti già
affermati. Per combattere questa e altre
discriminazioni, abbiamo voluto presentare ai
collezionisti e ai curatori dei nomi nuovi, contribuendo
al supporto di generazioni di creativi diverse dalle
precedenti. Lo stesso discorso vale per i designer, dal
momento che nessuno coltivava i giovani talenti
sudafricani permettendo loro di crescere
professionalmente. Abbiamo iniziato nel 2006 in un
piccolo showroom/studio del quartiere di East City a
Cape Town, organizzando mostre, workshop, esposizioni di
design, focalizzandoci su come costruire una nuova
comunità creativa. Da qui si è verificata una crescita
esponenziale e oggi abbiamo trasferito la galleria in
uno spazio più grande, in un’altra area della città,
riservando un piccolo laboratorio ai nostri designer di
arredamento.
Quali sono secondo lei le caratteristiche che
contraddistinguono il design sudafricano dal design del
resto del mondo?
È difficile da dire, soprattutto perché i tipi di
designer con i quali operiamo nei loro lavori non
esprimono necessariamente un gusto estetico “africano”.
Generalmente quando le persone pensano ai prodotti “made
in Africa”, li collegano immediatamente ad un certo tipo
di “arte” (per esempio la Wire Art, fatta di perline),
ignorando il fatto che i nostri designer si ispirano a
punti di riferimento più ampi e globali. Credo,
tuttavia, che la caratteristica che distingue
maggiormente il nostro design sia la produzione locale e
il fatto di utilizzare ciò che si riesce a reperire
attorno a noi. Per certi versi si tratta di una
limitazione, dato che qui non abbiamo accesso a tutto il
materiale e alle tecniche di lavorazione disponibili in
Europa o in altre parti del mondo, ma è proprio per
questo motivo che i designer e gli artisti sudafricani
emergenti sono particolarmente originali e abili.
Quanto conta l’aspetto etico e responsabile nelle
vostre iniziative? È importante per voi promuovere i
giovani?
Investendo nei giovani artisti e designer e aiutandoli
nella promozione delle loro creazioni, sia a livello
locale che internazionale, dimostriamo di esserci presi
un impegno per le future generazioni di creativi di
questo paese. Il fatto stesso di creare opportunità per
le persone con le quali lavoriamo, raggiungendo
importanti successi, offre sicuramente uno stimolo e una
fonte di incoraggiamento agli altri giovani creativi.
Abbiamo attivato un valido programma di sviluppo
professionale e sosteniamo economicamente la produzione
per la maggior parte dei lavori dei nostri artisti.
Recentemente abbiamo anche creato una divisione
editoriale che si occupa dell’uscita di cataloghi in
edizione limitata e monografie che poi distribuiamo a
collezionisti, biblioteche, musei, curatori, di tutto il
mondo.
Quali sono gli aspetti competitivi con il resto del
mondo che la vostra galleria offre?
Siamo ancora una galleria relativamente giovane. Direi
comunque che ci contraddistingue un approccio
focalizzato sul lavoro con gli artisti emergenti di
tutta l’Africa del Sud. Quando organizziamo esposizioni
oltreoceano – a Basilea o a New York, per esempio –
siamo tra le poche gallerie contemporanee provenienti
dal continente africano, e questo fatto costituisce per
noi un interessante vantaggio.
Quanto è importante per voi connettersi al resto del
mondo, collaborare, aprirsi alle contaminazioni
culturali, attivare partnership?
Adesso ci stiamo concentrando soprattutto sulla crescita
del nostro network internazionale e sul lavoro
oltreoceano. Credo che sia fondamentale mostrare al
resto del mondo alcuni dei lavori più entusiasmanti che
stanno venendo fuori dal Sudafrica. Abbiamo anche un
forte desiderio di effettuare scambi con altre gallerie
ed istituzioni. Solo quest’anno, i nostri artisti
parteciperanno adoltre 10 mostre internazionali e
collaborazioni con gallerie e musei del resto del mondo.
Lira Cantante
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In
che modo il suo essere un’artista donna (e sexy)
influisce nel suo lavoro?
Penso di essere “sexy” perché non mostro troppo del mio
corpo. Posso emanare sensualità anche con i vestiti
addosso. La mia musica parla di autostima, di amore per
il colore della propria pelle. Il fatto che sono una
donna significa che, oltre ad essere apprezzata da un
pubblico maschile, le donne possono identificarsi con
me. La mia musica e la mia immagine riflettono una donna
nuova: non più, come storicamente è stato a lungo,
oggetto sessuale senza potere.
Quali sono i valori base su cui costruisce la sua
musica?
Amore per se stessi e accettazione. Più le persone sono
felici con se stesse più sono disponibili con gli altri
e questo rende il mondo un posto migliore. Le mie
esperienze sono tutte basate sul fatto di essere
sudafricana e così la mia musica: il nostro passato è
negativo ma per andare avanti giorno dopo giorno e per
avere le motivazioni per guardare verso il futuro ci
vuole un “sound” positivo. Per questo la mia musica è
solare: aiuta me, ma anche chiunque mi ascolti. Ci sono
messaggi che superano ogni confine perché in tutto il
mondo lottiamo per le stesse cose.
Come artista tra i più importanti in Sudafrica, lei
di fatto si trova a rappresentare il suo paese nel
mondo, attraverso la musica: cosa significa per lei? In
che modo usa questa posizione?
Mi rende molto orgogliosa. Io sono un risultato reale
del cammino del Sudafrica post apartheid. Sono un
prodotto di questo percorso e sono solo una dei tanti
giovani sudafricani che illumineranno la strada per un
nuovo futuro. Ci sono ancora molte cose da cambiare, ma
è anche vero che noi abbiamo una democrazia da troppo
poco tempo. Tantissime persone della mia generazione
sono ora libere di scegliere la carriera e il percorso
che preferiscono e questo ci fa sentire più forti: ci
sentiamo in grado di dare un contributo positivo al
nostro paese e al mondo. Facciamo del nostro meglio,
ciascuno nel suo piccolo.
Per lei la musica che funzione ha? Puro
intrattenimento o anche mezzo con cui fare politica e
contribuire a migliorare il mondo?
La musica è il mio contributo al mondo, è il modo in cui
esprimo il mio talento per migliorare me stessa e gli
altri intorno a me. La ragione principale della mia
musica è veicolare messaggi: adoro il fatto che i miei
fan possano trovare sollievo e conforto nelle parole dei
miei testi o fuggire dalla negatività quando vengono a
sentire un mio concerto. È un’esperienza grandiosa per
me e per loro, una grande fonte di energia.
Quanto conta il suo paese per lei?
Il Sudafrica mi ha formato in molti modi. Ho costruito
la mia intera vita qui, amo questo posto, amo le persone
e il fatto che adesso ci sono così tante opportunità a
disposizione. Questo probabilmente è l’unico paese in
Africa dove il governo supporta concretamente le arti e
rende disponibili tante occasioni. È uno dei pochi paesi
dove non c’è stata una guerra civile durante la
transizione. È un posto che mi dà ancora grandi speranze
e motivazioni. Penso che noi abbiamo qualcosa di
speciale. Siamo, per esempio, un popolo tollerante e
cordiale, forse perché da sempre abituati alle
differenze, forse perché abbiamo le caratteristiche sia
del primo che del terzo mondo.
Lisebo Mokhesi Interior Designer
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Chi
siete, cosa fate, cosa significa il vostro motto, “Il
design riguarda le persone” (Design is ultimately about
people)?
Siamo un architetto, George Boorsma, ed io, che sono
designer d’interni. Con una squadra di professionisti al
seguito per contribuire positivamente allo sviluppo
degli ambienti. Vogliamo che il design e la
riqualificazione architettonica diventino anche qui in
Sudafrica parte della vita quotidiana. Abbiamo un clima
fantastico e tante culture differenti: questo è di per
sé un valore. Si può tuttavia fare molto in termini di
miglioramento del life style: il design può impattare
molto positivamente sulla vita delle persone, anche se
diverse tra loro. Si tratta di capire i bisogni per dare
una risposta concreta, caso per caso. Si tratta di
prendere ciò che è ordinario e trasformarlo in qualcosa
di incoraggiante. Cerchiamo di mettere in risalto i
valori unici delle persone e dei luoghi. Anzi: si parte
proprio da qui, da interessi, cose e esperienze che
rendono ognuno e ogni luogo unici.
Voi avete arredato e progettato un po’ in tutto il
Sudafrica. Dove esattamente?
Abbiamo lavorato in molte delle principali città
sudafricane, come Johannesburg, Cape Town, Durban, Port
Elizabeth e Nelspruit. Abbiamo all’attivo diversi
progetti, sia pubblici che privati. Ci preoccupiamo di
come l’edificio influisca sulla città e la città
sull’edificio, e della relazione sociale che si
stabilisce tra edificio e città. Oltre al tema
dell’identità, ci interessa la sicurezza,
importantissima, soprattutto in posti come Johannesburg.
Il nostro lavoro è considerato piuttosto originale:
colleghiamo le case alla città senza compromettere la
sicurezza: per esempio, allunghiamo le pareti fino ad
arrivare sul ciglio della strada, di modo che l’edificio
si colleghi apertamente alla vita urbana, con le persone
che passano per strada e parlano agli inquilini. Non ci
piacciono le abitazioni circondati da alte pareti,
sembrano prigioni: le aperture propongono un nuovo modo
di abitare i luoghi, una nuova visione delle relazioni
sociali e della vita.
L’altra questione su cui siamo focalizzati è l’ambiente:
riciclo dell’acqua, utilizzo dell’energia solare per
riscaldare e illuminare, legno km zero (cioè legno
riciclato), giardini che richiedono poca acqua.
Qual è il significato del design e dell’architettura
nel Sudafrica contemporaneo?
Abbiamo vissuto molti cambiamenti sociali e politici,
siamo passati da una società chiusa ad una più aperta e
di larghe vedute. Architettura e design giocano un ruolo
fondamentale nell’immagine che la società ha di se
stessa. Da un lato cerchiamo ispirazione nel resto del
mondo, dall’altro non abbandoniamo l’esperienza locale,
soprattutto dal momento che il nuovo design si sviluppa
sempre più da un atteggiamento glocale e che il nostro
mestiere implica sempre un supporto allo stile di vita
degli abitanti. Cerchiamo sempre una mediazione tra la
vita all’interno di uno spazio e quella all’esterno, tra
le aperture al mondo e il rispetto dei luoghi.
Che differenza c’è tra il lavorare progettando spazi
pubblici e spazi privati in un paese come il Sudafrica?
Sia che si tratti di un progetto per spazi pubblici o
spazi privati, la nostra idea di fondo è che il design
dovrebbe supportare l’integrazione sociale, soprattutto
nelle principali città del Sudafrica. Il nostro intento
è promuovere le relazioni, tra le persone, tra i luoghi,
tra le costruzioni, oltre che con l’ambiente.
Voi avete vinto diversi premi e di voi hanno parlato
le più prestigiose riviste d’interni e di architettura.
Qual è il segreto del vostro successo?
Ci spinge la motivazione primaria di incoraggiare,
attraverso il nostro lavoro, lo sviluppo: urbano,
culturale, umano, esistenziale.
Lulama Xingwana Ministro Della
Cultura Sudafricana
Quando
la vedi è subito chiaro che c’è qualcosa di diverso
dalle arie che i palazzi del potere all’italiana
imprimono sui nostri politici. Il ministro della Cultura
sudafricana Lulama Xingwana indossa un gessato blu
giacca e pantaloni, giro di perle al collo, tacchi a
spillo e chili di troppo. Lulama Xingwana è una delle
tante donne che in Sudafrica fanno politica (quasi la
metà degli incarichi sono rosa): quest’anno le è stato
affidato il dicastero della Cultura, difficile e
delicato soprattutto per l’importante appuntamento dei
Mondiali di Calcio.
Evento che, dice con
una punta di orgoglio, è «una grande opportunità: attirerà
l’attenzione sul nostro paese di 20 milioni di persone, tutti
guarderanno i match che si giocheranno nei nostri nove nuovi stadi.
Stiamo ancora lavorando per implementare le infrastrutture, le
strade, gli alberghi, le connessioni internet, l’offerta turistica
in generale: per far conoscere l’altra faccia del nostro paese,
quella creativa, quella plurale per le molte culture e tradizioni
che la abitano, quella efficiente ed aggiornata. Il nostro è un
paese bellissimo, ma anche capace di una ospitalità di prima classe,
con infrastrutture solide, stadi ultima generazione, comunicazioni
aggiornatissime, strade eccellenti, oltre che competitivo per quanto
riguarda le politiche culturali, sociali e di costume». Già, perché
oltre ad aver sconfitto da tempo il sessismo (grazie alle lotte di
liberazione cui hanno parteicpato, uniti, sia uomini che donne, e
certamente grazie anche a Nelson Mandela), anche altri diritti sono
tutelati in modo evoluto, a cominciare dai matrimoni omosessuali,
legali in tutto il paese. «Il nostro fiore all’occhiello in questo
senso è Città del Capo, oggi un brulicare di artisti, architetti,
designer, chef, musicisti internazionali arrivati qui per
partecipare e continuare ad arricchire la nostra cultura, ormai
simbolo internazionale di liberazione». E per quanto riguarda i
Mondiali? «Essere stati scelti come luogo per ospitare i mondiali
non fa che celebrare decenni di impegno per trasformarci da paese
sottomesso a fonte di opportunità».
La Fifa ha
realizzato una campagna internazionale in collaborazione con il
primo ministro inglese e con quello spagnolo, con il segretario di
Stato americano e con la regina dei Paesi Bassi. Cosa resterà di
tutta questa attenzione? «Si tratta di creare opportunità per i
giovani coinvolgendoli su tutti i fronti» spiega la ministra. «Con
gli altri paesi collaboriamo per istituire dei Pva (Public View
Area) nelle zone più remote del paese con la funzione di portare
ovunque le partite ma anche di trasformare i villaggi in oggetto di
un turismo intelligente, curioso delle nostre tradizioni locali». Il
focus del ministro è cogliere le innumerevoli opportunità offerte da
un evento ad alta risonanza come i mondiali per correggere le
ingiustizie del passato. «I bianchi hanno soppresso gran parte delle
nostre culture: adesso è tempo di far esplodere le più profonde
tradizioni etniche in tutto il mondo assolvendo così il nostro
compito: che queste siano, per la prima volta, davvero mondiali
africani». Per fare ciò sono al lavoro squadre di addetti che stanno
tessendo capillari rapporti con gli enti del turismo di altri paesi
in modo da creare affluenze record e gemellaggi ad ampio raggio: «Si
tratta di creare pacchetti ad hoc che stimolino un nuovo corso del
turismo in Sudafrica, non solo basato sui grandi parchi, ma anche
sui musei storici o sulle visite a luoghi altamente simbolici del
nostro continente, come l’isola-carcere di Gorè, al largo del
Senegal, o le prime case degli schiavi in Tanzania.
Insomma un paese vivo, plurale, creativo. Tanto plurale e tanto
creativo, il Sudafrica, da battere l’Italia, ancora prima di
affrontarla sul campo da calcio, almeno in una cosa: il gender issue,
la questione del genere, come lo chiama lei con un mezzo sorriso.
«Tre soli ministri donne?» domanda stupita. «Dovete ancora tanto
lavorare qui in Italia per raggiungere la parità tra i sessi» dice.
In Sudafrica infatti il 43 per cento del Parlamento e il 43 per
cento del governo è costituito da donne: sono donne il ministro di
Arte e Cultura, quella delle Relazioni Internazionale e delle
Cooperazioni (ex Politica Estera), quella dello Sviluppo Sociale e
il ministro dell’Energia; è donna il ministro delle Miniere, quella
dell’Istruzione, e quella della Scienza e Tecnologia, per dirne solo
alcune. È donna il governatore della Banca Sudafricana. Ci sono
donne giudici alla corte costituzionale, la carica più elevata in
ambito giuridico. E ancora: donne ambasciatrici, come in Italia e in
Francia. Sono donne i governatori di quattro provincie su nove: e
per capire di cosa stiamo parlando – dell’importanza di ognuna di
queste province - basta immaginare che il Sudafrica ha un’estensione
di un milione e 220 mila chilometri quadrati: l’Italia arriva a
malapena a 302 mila chilometri quadrati. Tra le ministre solo una è
afrikaans, cioè bianca: il ministro delle Imprese Pubbliche. E tra
le quattro governatrici solo una è di origine europea, cioè, ancora,
bianca. Le altre sono tutte nere, come l’ambasciatrice sudafricana
in Italia Thenjiwe E. Mtintso, che è anche rappresentante permanente
dell’Onu, e come lei, Lulama Xingwana, il ministro della Cultura che
fino allo scorso anno ha ricoperto il ruolo di ministro
dell’Agricoltura, un dicastero altrettanto importante. «Tutto questo
è dovuto al fatto che le donne in Sudafrica hanno iniziato
moltissimi anni fa a partecipare alle lotte contro il colonialismo
prima e contro l’apartheid dopo, cosicché si è venuto a formare un
fortissimo movimento femminile non solamente in politica ma anche
nel mondo degli affari, nelle organizzazioni non governative,
persino nel campo religioso: in tutti questi settori ci sono donne
leader. Naturalmente c’è da dire che queste donne poi si trovano a
lavorare con uomini che sono sensibili al discorso di genere».
E poi aggiunge: «Lo sa perché i nostri uomini sono sensibili? Perché
non hanno scelta» risponde ridendo. «Quando Mandela dopo 28 anni
uscì di prigione, si trovò di fronte alle donne che avevano lottato,
che si erano battute per la libertà, che erano state in trincea, che
erano state in esilio, che avevano sofferto tanto quanto gli uomini.
Volevano partecipare, volevano esserci. Lui disse: “Io sono troppo
vecchio per queste cose. Non capisco. Cosa devo fare?”. Tu non sei
pronto, ma noi sì, gli rispondemmo allungando una lista di venti
donne che potevano partecipare al governo. Da allora gli uomini ci
chiamano, come Jacob Zuma (attuale presidente del Sudafrica, eletto
ad aprile del 2009): perché questo accada, perché ci sia sensibilità
intorno al problema del genere, abbiamo organizzato molte conferenze
e realizzato programmi di sensibilizzazione ed educazione alle
politiche di genere. In Rwanda, per esempio, alle ultime elezioni
hanno numericamente vinto le donne. Ma non c’è stata una volontà
politica a nominarle nei vari dicasteri. Così non hanno quasi alcuna
rappresentanza. Ma da noi, no: in cucina non ci vogliamo tornare. E
non ci torneremo».
Sindiwe Magona Scrittrice
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L’omicidio di una ragazza bianca che si era avventurata
nella township di Guguletu. La violenza sessuale sulle
bambine, anche neonate di15 giorni, da parte di uomini
malati di Aids che credono così, secondo una leggenda,
di guarire. Le voci di donne che voce non hanno mai
avuto e che raccontano storie toccanti, fatte di piccole
cose, piccoli gesti, che però restituiscono la grandezza
e la complessità della vita. Sono solo alcuni degli
spunti dei libri pubblicati da Sindiwe Magona in Italia,
tutti per le edizioni Gorè: Da madre a madre, Guguletu
Blues, Questo è il mio corpo. Sindiwe Magona è una donna
di una forza straordinaria, potrebbe da sola
rappresentare le mille anime del Sudafrica indomito e
indomabile e sempre pieno di calore e colore. Nata nel
Tranksei da una famiglia povera ma molto unita, Sindiwe
si ritrova a 23 anni con tre figli, sola, in una
township di Città del Capo. Il marito l’ha abbandonata,
lei fa la domestica per tirare su tre bambini però ha la
forza e la lucidità di riprendere a studiare, per
corrispondenza: in breve si laurea. Nel 1976 il
Tribunale internazionale per i crimini contro le donne
la chiama a Bruxelles. Da lì all’Onu, a New York, dove
ottiene un master alla Columbia University in Scienza
delle organizzazioni sociali. Oggi a Città del Capo
anima una Ong (Africa 2033) e insegna scrittura creativa
alle donne che hanno subito violenza: una tecnica per
uscire dal trauma, da cui è nato il libro Guguletu
Blues.
Lei racconta spesso che la sua grande fortuna è stata
quella di essere stata lasciata da suo marito
Avevo 23 anni ed ero in attesa del terzo figlio da un
marito che credevo si sarebbe preso cura di me e dei
miei bambini. Invece mi abbandonò e all’improvviso mi
ritrovai povera. Anche da bambina ero povera, ma avevo
un padre e una madre che mi davano da mangiare. Forse
non potevamo permetterci cibi nutrienti, ma non patimmo
mai la fame. A quel punto invece io e i miei figli ci
ritrovammo a non sapere come nutrirci. Era la metà degli
anni Sessanta e non avevamo la cittadinanza sudafricana
perché allora il governo ai neri non la concedeva.
Perciò non avevamo diritto all’assistenza pubblica: non
potevo andare all’ufficio della previdenza a chiedere
aiuto per i miei bambini. Dovevo cavarmela da sola.
Ripensando alla mia infanzia, ho capito di essere stata
fortunata ad avere dei genitori responsabili che sono
stati un modello di comportamento per me.
Come ha fatto a sopravvivere?
Mi resi conto che soltanto l’istruzione mi avrebbe
consentito di sopravvivere. Non avevo finito la scuola
superiore, mi mancavano due anni al diploma. Il problema
era che il governo aveva chiuso tutte le scuole serali
per gli africani e io di giorno non potevo, dovevo
lavorare per dare da mangiare ai miei bambini. Così ho
fatto la domestica per quattro anni presso alcune
famiglie di bianchi. Quando riuscii a mettere da parte
un po’ di soldi, mi iscrissi a una scuola per
corrispondenza e in due anni conseguii il diploma. Il
fatto di avere superato gli esami nonostante avessi
lasciato la scuola già da sei anni, mi incoraggiò molto.
Mi stimolò ad andare avanti.
Dal diploma all’attestato di insegnamento
Riuscii ad avere un posto da insegnante. A quel punto,
decisi di fare domanda per una borsa di studio per
frequentare l’università in Inghilterra. Mi iscrissi
alla London University e dopo un corso di due anni
superai l’esame di livello avanzato. Poi, presso
l’Università del Sudafrica, Unisa, conseguii la laurea
di primo livello (Bachelor of Arts). All’epoca, l’Unisa
era l’unica università aperta a tutti, bianchi e neri.
Mentre io prendevo la laurea i miei figli non andavano a
scuola perché all’epoca – era il 1976 – c’erano sempre
disordini e gli studenti boicottavano le lezioni. Trovai
un posto come insegnante in una scuola di bianchi molto
prestigiosa. Ero nell’aula e guardavo come si
comportavano quei ragazzi che appartenevano alla crème
de la crème, all’alta società. Li paragonavo ai miei
figli e alla stupide scuole che frequentavano, anzi che
non frequentavano perché appunto stavano fuori a creare
disordini. Anche io credevo nella libertà e nelle cause
per cui i giovani lottavano. Però così non imparavano
niente. I miei figli hanno perso cinque anni di scuola.
Non era d’accordo con lo slogan “Liberazione prima
dell’istruzione”?
Lo ritenevo sbagliato. Adesso tutti quei giovani stanno
pagando le conseguenze di aver sacrificato la loro
istruzione: non trovano lavoro. Questo è un grosso
problema in Sudafrica. Non mi riferisco alla
disoccupazione, ma alla condizione di chi è inidoneo al
lavoro. I giovani non sono qualificati per nessun tipo
di lavoro e questo è spaventoso. Insomma: la mia vita è
cambiata per errore. È per questo che ora, quando mi
guardo indietro, ringrazio Dio che mio marito mi abbia
lasciato.
Il suo libro Da madre a madre è considerato un must
della letteratura sudafricana. Come è nata questa idea?
Prende lo spunto dalla storia, narrata da un punto di
vista tutto particolare, dell’assassinio della
studentessa americana Amy Biehl (1993): il racconto si
svolge in prima persona e la voce narrante è quella del
ragazzo che ha ucciso Amy. Quando avvenne il fatto, non
mi colpì in modo particolare. Era un periodo pieno di
violenze, di tensioni, stava crollando il regime
dell’apartheid. Otto mesi dopo stavo tornando in
Sudafrica per partecipare alle prime elezioni libere,
quando in aeroporto incontrai un’amica. Ci mettemmo a
parlare, poi il discorso cadde su Amy Biehl: scoprii
che uno dei ragazzi che aveva ucciso Amy era il figlio
di una mia amica d’infanzia. Lanciai un urlo. Abitava
vicino a casa mia, giocavamo insieme e, come si dice
nella mia lingua xhosa quando si è molto vicini a una
persona, conoscevo la sua saliva. La conoscevo veramente
perché da bambine ci dividevamo le caramelle e i lecca
lecca. Per la prima volta nella mia vita, provai
dispiacere per la famiglia dell’autore di un crimine.
Non riuscivo neanche ad immaginare come facesse la mia
amica ad affrontare quella situazione. Fu così che mi
venne l’idea.
E poi?
Anche se non le scrissi nemmeno una lettera, per due
anni il dolore covò in me: cercai di immaginare come si
sentisse la mia amica, la vergogna che provava, la sua
sofferenza per la madre della vittima. Pensavo a tutte
queste cose mentre la ricordavo da giovane, entusiasta,
piena di vita e brillante. Nella nostra tradizione,
quando una persona arreca un danno a qualcuno, deve
andare da quella persona a scusarsi.
È quello che nel vostro paese avete tentato di fare con
la Riconciliazione
La vita delle persone continua e non si può vivere con
il rimorso, bisogna restare fianco a fianco nonostante
tutto. Chi ha sbagliato deve rendersi umile di fronte
alla parte offesa e quest’ultima, che ha il potere di
perdonare, deve mostrare umanità nei confronti di quella
persona e permetterle di andare avanti. Non si può
lottare tutti i giorni della vita per una cosa che è
successa un anno o dieci anni prima. Dobbiamo essere in
grado di incontrarci per strada e salutarci. Forse non
diventeremo amici, ma siamo esseri umani e dobbiamo
convivere. Questa è la nostra tradizione.
Perchè ha iniziato a pensare a tutte le cose che la
sua amica, la madre di uno degli assassini, avrebbe
potuto dire alla madre di Amy?
La mia amica aveva avuto il primo figlio all’età di 14
anni e a vent’anni il marito l’aveva lasciata con tre
figli. La sua vita è il prodotto tipico dell’apartheid:
una vita sprecata, un potenziale mai realizzato. Il mio
cuore era pieno di angoscia per lei. Poi, un giorno, a
Guguletu, fu organizzata una marcia per Amy Biehl.
Qualcuno pronunciò un discorso dicendo che bisognava
rendere Guguletu un luogo sicuro. Ma Guguletu non era un
luogo sicuro prima della morte di Amy e non lo sarebbe
certo diventato dopo la marcia. Credevano che bastasse
una marcia per cambiare le cose e che non capivano che
bisogna prima cambiare la mentalità della gente e
l’ambiente. Il mio cuore per due anni grondò di
tristezza per la mia amica. Piangevo tutti i giorni
pensando a cosa avrebbe detto alla signora Biehl per
aiutarla a capire che non era solo suo figlio ad essere
colpevole del delitto, ma tutto il Sudafrica era
colpevole di avere permesso all’odio razziale di mettere
radici così profonde attraverso l’apartheid. L’apartheid
poteva sfociare solo nell’odio razziale. Quindi, come
nazione, siamo responsabili della morte di quella
ragazza americana.
E’ a questo punto che nasce il libro?
Mi sono comportata da vigliacca perché non ho telefonato
alla signora Biehl e non ho nemmeno cercato il suo
indirizzo. Però il pensiero che avrebbe dovuto ascoltare
le parole della mia amica, le nostre parole come nazione
nera e il nostro dolore per sua figlia non mi
abbandonava. Un giorno partecipai a un workshop di
scrittori e quando mi chiesero cosa avessi intenzione di
scrivere, dissi: un libro dal titolo Mother to mother,
dalla madre dell’assassino alla madre della vittima. Al
che ci fu un’esclamazione di stupore. La settimana
seguente avrei dovuto consegnare il primo capitolo. Così
andai a casa e mi misi a scrivere. Scrissi 35 o 36
pagine nelle quali vennero fuori tutte le cose che avrei
voluto dire alla signora Biehl. Sei settimane dopo, al
termine del workshop, avevo scritto soltanto quelle 36
pagine. Ho impiegato un altro anno a scriverlo.
All’inizio misi il libro da parte – lo chiamo libro, ma
in effetti era soltanto una lettera alla signora Biehl -
ma poi mi misi a pensare a cos’altro avrei potuto
scrivere. Esaminare le varie possibilità non è un fatto
creativo, ma è così che è nato il libro. Non ho scelto
di scrivere questo libro, è il libro che mi ha chiesto
di essere scritto.
Parlò con i genitori della ragazza?
Ero terrorizzata, ma lo feci. Incontrai il padre di Amy,
Peter, e gli diedi da leggere gli altri quattro libri
che avevo scritto. Parlammo un po’ e poi Peter mi chiese
se potevo fargli un favore, far uscire il libro il 25
agosto anziché a settembre. Naturalmente gli dissi che
avrei chiesto al mio editore. Poi mi chiese una copia
del libro e il mio biglietto da visita e mi invitò a
bere un caffè. Mi sentivo così a disagio che rifiutai
dicendo che avevo un altro appuntamento. Due mesi dopo
la pubblicazione del libro, mi telefonò. Con una voce
che sembrava venire dall’oltretomba mi disse: “Sono
Peter Biehl. Abbiamo ricevuto il libro e l’abbiamo
letto”. Poi, cambiando completamente tono, mi disse che
gli era piaciuto molto e aveva acquistato 40 copie per
distribuirle a tutti gli amici, compreso l’Arcivescovo
Desmond. Incontrai nuovamente i Biehl a New York e
quando furono invitati a parlare dei diritti umani alle
Nazioni Unite mi chiesero di partecipare. Un giorno
pranzammo insieme: la madre di Amy mi abbracciò e mi
disse che aveva letto il libro per la seconda volta e
che l’aveva aiutata a capire. Ora la famiglia Biehl ha
istituito la Fondazione Amy Biehl che si occupa di
giovani svantaggiati del Sudafrica, cerca di salvarli e
di aiutarli a non diventare dei criminali.
Quando la Commissione per la Verità e la
Riconciliazione ha proposto la grazia per i quattro
ragazzi, la famiglia Biehl non si è opposta
Non solo. Due di quei ragazzi adesso lavorano per la
Fondazione Amy Biehl. Peter Biehl è morto, ma spesso la
signora Biehl li porta con sé quando va a fare discorsi
o conferenze. Nel 2002 o 2003, quando ero ancora negli
Stati Uniti, vennero a New York e parteciparono a una
conferenza sulla Riconciliazione. I Biehl sono persone
straordinarie, che non si limitano a credere, ma
agiscono. È inutile avere delle convinzioni se non si
trasformano in azione. A che serve una convinzione che
non si manifesta? A che serve se viene tenuta nascosta?
La gente muore di fame. Siamo tutti convinti che non
dovrebbe morire di fame, ma non facciamo niente. Invece
dobbiamo fare qualcosa.
In occasione della Commissione per la Verità e la
Riconciliazione, Peter Biehl è stato in Sudafrica.
Quando durante un’intervista gli è stato chiesto quale
fosse stata la sua reazione alla liberazione dei quattro
ragazzi, ha detto: “Spero che questi quattro giovani
ricevano il sostegno di cui hanno bisogno per vivere una
vita che valga la pena”
Gli assassini di sua figlia avevano bisogno di sostegno
per uscire dalla disperazione e diventare dei cittadini
che vivono una vita degna di essere vissuta. Se siamo
intelligenti come nazione e come abitanti del mondo,
dobbiamo guidare e aiutare i giovani a uscire dalla
disperazione prima che si trasformino in criminali. È
proprio quello che sta facendo la Fondazione Amy Biehl e
spero sia quello che farà Sudafrica 2033,
l’organizzazione da me fondata.
Da madre a madre viene usato in situazioni di
conflitto
Negli Stati Uniti, per esempio, lo leggono insieme donne
ebree e arabe in un’organizzazione di madri a Brooklyn.
Non so se ricorda quel bambino nero ucciso da un rabbino
e la violenza che l’episodio provocò. Queste donne
stanno cercando di rimarginare quella ferita. Inoltre,
viene usato anche nelle scuole per parlare della
riconciliazione nel Sudafrica.
Vijay Mahajan Economista
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«Novecento milioni di consumatori». Recita così il
sottotitolo di Africa S.p.A., il saggio che l’economista
Vijay Mahajan (già preside della Indian School of
Business e titolare del John F. Harbin Centennial Chair
in Business alla McCombs School of Business
dell’Università di Austin, in Texas) ha voluto dedicare
a un’Africa inedita, un’Africa che non sia solo guerre
civili e carestie, morte e dolore. Un’Africa che
«diventerà e in parte è già, un paese ricco di
opportunità e con un enorme mercato in espansione, pieno
di possibilità di crescita sia per le imprese che per i
suoi abitanti».
James Mathenge, amministratore delegato di Magadi
Soda, ha detto: «penso che il futuro del mondo sia
l’Africa». Perché?
Semplice: per i bilioni di consumatori che la popolano.
È ovvio che le imprese, dopo essersi aperte e
avventurate in India e Cina, guarderanno nel prossimo
futuro a questa opportunità. I mercati cinesi e indiani,
oggi, sono molto competitivi: l’Africa diventerà quello
che era l’India 15 anni fa. Il Sudafrica sta
complessivamente meglio del resto del continente:
prenderà il volo, come lo ha preso Singapore in Asia,
diventando la piattaforma dell’Africa subsahariana. Ci
sono infrastrutture funzionanti e Università. La
tecnologia, poi, avrà un ruolo determinante.
Johannesburg è ben connessa con il Nord America e
l’Europa, sarà un sorta di ponte tra l’Africa e il
resto del mondo.
Secondo i suoi studi, la Broad Based Black Economic
Empowerment (BBBEE, una legge che favorisce la
ridistribuzione della ricchezza e la partecipazione alla
vita economica del paese a favore delle classi sociali
che ne erano state escluse durante l’Apartheid) in
qualche modo potrebbe costituire un freno. Perché?
Il Financial Times scriveva proprio di questa legge,
sostenendo che in Sudafrica ci sia stata una sorta di
ripensamento al riguardo. Era una legge ottima per
aiutare i neri ad entrare nel mainstream, per donare a
chiunque delle opportunità, cioè sostanzialmente
educazione, apertura per chiunque di essere, per
esempio, a capo di un’impresa. Ma l’implementazione non
è andata come si aspettavano. Sono preoccupati dal fatto
che alla fine soltanto poche persone riescano a
beneficiare di questa legge. Non sanno come migliorare.
Ma d’altra parte è necessario investire in educazione: è
questo che fa crescere e bisogna andare avanti in questo
senso.
Nel suo libro lei descrive un mercato molto vasto,
ricco di grandi possibilità, ancora non del tutto
comprese. Cosa forma questo mercato in Sudafrica?
Qui il mercato è il migliore dell’Africa subsahariana e
in costante rialzo, con le compagnie che avanzano senza
recessioni. Sta crescendo e si sta affermando, infatti,
quella che io chiamo “African Two”, una sorta di middle
class, impiegata, per esempio, negli ospedali, nelle
scuole, nel terziario. Questo gruppo è ambizioso, vuole
educare i propri figli e assicurare loro un futuro
migliore, vuole creare qualcosa di cui sentirsi
orgoglioso, è ottimista e forte. Questo middle group è
lo stesso che sta guidando la Cina e l’India, per
esempio, con caratteristiche ovviamente differenti, ma
con rappresentanti proveniente dallo stesso milieu
socio-culturale. Unilever, che a Cape Town finanzia un
centro di ricerca (www.unileverinstitute.co.za/), ha
indagato su questo gruppo e l’ha chiamato “Black Diamont”,
diamante nero: sono i futuri protagonisti del paese.
Quali sono le aree dell’economia in cui è possibile
individuare un’eccellenza sudafricana o almeno una
possibilità di sviluppo?
Ovunque. Il mercato è così grande che c’è solo da
scegliere: sport, intrattenimento, educazione, medicina,
arte. Per esempio è imponente l’industria
cinematografica. Ma occorre investire. Bisogna che altri
paesi, soprattutto l’Europa, facciano uno sforzo in più.
In India, che al pari dell’Africa ha il legame di un
passato coloniale con alcuni paesi europei, è stato
investito molto, aprendo per esempio dei call center
(desk di relazione con i clienti) nel paese. Viene
insegnato ai bambini ad usare il computer e questo crea
posti di lavoro, mobilità, sicurezza. Credo che anche in
Sudafrica succederà qualcosa del genere. Oltretto
l’Africa in generale ha un vantaggio che l’India o la
Cina non hanno: si trova sullo stesso fuso orario
dell’Europa e rispetto all’America non ha il problema
dell’inversione giorno-notte. L’Unione Europea è da anni
in Cina, dove per esempio ha aperto la China European
International Business School a Shanghai: perché non lo
fa in Africa o in Sudafrica? Solo la Francia ha aperto
una scuola in Algeria e l’Olanda a Il Cairo. Questa è la
sfida del nuovo secolo.
Una sfida che il suo libro lancia a tutta forza.
È proprio questo, infatti, che ha colpito del mio
lavoro: vedere positivamente il continente. Coglierne le
opportunità e lasciarle espandere. La mia percezione
dell’Africa, prima dei viaggi che mi hanno portato a
conoscerla veramente, era la stessa che hanno tutti: lì
non succede niente, solo tragedie. Oggi so che non è
così. Il futuro è l’Africa.
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