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Personaggi Illustri

 

 

Dominique Lapierre Scrittore

Uomo aperto, interessato al mondo e ai suoi abitanti il francese Dominique Lapierre, e’ l’ autore di Un arcobaleno nella notte (edizione italiana nel 2008, Il Saggiatore), dedicato alla storia del Sudafrica, ma anche di La città della gioia (che in Italia, per Mondadori, fu pubblicato nel 1985), libro che fece conoscere a tutto il mondo la realtà degli slum indiani. Da allora la metà del ricavato dei diritti  d’autore dei due libri  va a un’associazione indiana, fondata insieme alla moglie, che si occupa di bambini lebbrosi e per costruire sulla riva del Gange barconi-ospedale per ospitare i malati:

Come e’ nata l’idea di dedicare un volume alla storia del Sudafrica?
Ho lavorato a lungo con Madre Teresa di Calcutta e tramite un amico venni a conoscenza di una sua emula in Sudafrica. Helen Lieberman, che durante il regime di terrore instaurato dall’Apartheid aveva rischiato la vita per salvare migliaia e migliaia di bambini neri. La sua storia era tanto bella che avrebbe meritato tutto un libro. Così mi venne l’idea di scrivere la storia del Sudafrica. Helen Liebermann fu il punto di partenza di questa avventura. Fu lei a mostrarmi nel cuore di Città del Capo la statua di un olandese che era sbarcato sulla costa sudafricana nel 1652. Si chiamava Jan van Riebeeck. Giunse a questo estremo lembo con un centinaio di contadini che avrebbero dovuto piantare insalata per rifornire di verdura fresca i marinai delle navi della Compagnia delle Indie orientali che venivano decimati dallo scorbuto per mancanza di vitamine. Non c’era la benché minima ombra di progetto di colonizzazione in questa missione. Quell’uomo mi incuriosì. Scoprii che lui e i suoi compagni di viaggio erano discepoli della religione calvinista che insegnava loro di appartenere a un “popolo eletto”, incaricati di diffonderne i valori spirituali nel mondo. Fu così che compresi perché, un giorno, si erano addentati nel continente sudafricano: cercavano un posto in cui stabilirsi e fondare uno Stato indipendente, la terra del popolo eletto. Poco alla volta ricostruii la loro storia fino al momento in cui, quattro secoli più tardi, un piccolo gruppo di studenti fu invitato nella Germania di Hitler per perfezionare gli studi. Fu una scoperta fondamentale per la mia inchiesta: questi uomini sarebbero diventati, qualche anno più tardi, i fondatori nell’Africa del Sud di un regime di separazione razzista inspirato all’ideologia nazista sulla supremazia della razza ariana e sull’eliminazione degli ebrei.

Com’è stato possibile che 25 milioni di neri si sottomettessero ai deliri di onnipotenza di 4 milioni di bianchi?
I 25 milioni di neri erano divisi, poco educati, direi analfabeti e per la maggior parte poverissimi. Al contrario i quattro milioni di bianchi erano molto ben organizzati e detenevano il potere nel paese a qualsiasi livello. Era impossibile resistere loro, a meno di non ingaggiare una rivolta violenta che infatti alla fine giunse. Ma soltanto dopo mezzo secolo di sottomissione.

Cosa è rimasto secondo lei della figura di Mandela nell’immaginario collettivo?
Un’immagine di gigante dell’umanità, l’immagine di un uomo che ha avuto il genio e la forza d’animo di condurre il suo paese all’eguaglianza dei diritti di tutti i suoi abitanti, chiamando ognuno alla riconciliazione per la creazione di una nazione arcobaleno. È un peccato che in Israele e in Palestina non esista un uomo dotato di una visione politica così lungimirante in grado di unire ebrei e arabi in un medesimo Stato unificato.

Anche la storia di Chris Barnard è emblematica.
La storia di Chris Barnard è emblematica del coraggio che hanno tirato fuori bianchi come Helen Lieberman e lui stesso nel pieno del terrore dell’Apartheid per, in un certo senso, riscattare la coscienza del Sudafrica. Trapiantare il cuore di un meticcio nel petto di un uomo bianco fu una sfida fantastica all’ideologia segregazionista del regime dell’Apartheid.

Metà del governo sudafricano è formato da ministri donne e nere. Anche il numero delle donne parlamentari è molto alto.
Non posso che approvare un sistema politico che ritenga così importante la presenza delle donne. Il ruolo delle donne nella resistenza alla tirannia dell’Apartheid è stato formidabile. Come per l’India, sono convinto che saranno le donne a salvare il futuro.

Cosa può insegnare la storia del Sudafrica al resto del mondo?
Che è possibile raggiungere la pace attraverso mezzi pacifici. La tragedia dell’Apartheid sarebbe potuta terminare in un bagno di sangue ma, grazie alla visione di un gigante chiamato Mandela, è terminata in un miracolo: la riconciliazione tra le razze del paese.

Gavin Rajah Stilista

Le origini del suo interesse per la moda affondano nella sua storia familiare. Può raccontarcela?
Mio padre lavorava nell’industria tessile e da bambino ricordo di aver passato tanto tempo con lui nell’ambiente della moda. Sono cresciuto circondato da tessuti e da tutto ciò che ha a che fare con il fashion. Mentre crescevo non capivo il valore di quest’esperienza, ma adesso apprezzo davvero tanto quel periodo passato con mio padre e ho fatto tesoro delle rigorose richieste di qualità che esigeva sempre dal suo staff. Dietro la forza che mi ha portato a scegliere la carriera di stilista c’è stata sicuramente la sua figura, anche se è stata mia madre a supportare la mia decisione: mio padre avrebbe preferito che facessi un lavoro completamente diverso.

Lei ha studiato legge. Come è arrivato a diventare uno stilista?
Mentre studiavo alla University of Cape Town iniziai a vendere le rimanenze delle produzioni di mio padre agli studenti che vivevano con me nel residence. Piano piano divenne un vero e proprio lavoro: le richiesta erano così tante che in poco tempo la produzione di mio padre non era più sufficiente. Così cercai una sarta e dei tessuti: sapevo disegnare, non ci volle molto. Feci cucire i miei primi modelli, reinventavo alcuni costumi da ballo delle ragazze del residence. Fu un’esperienza incredibile.
Dopo la laurea mi accorsi che l’attività creativa mi mancava troppo, così decisi di buttarmi a tempo pieno in quello che sarebbe diventato il mio lavoro. Iniziai creando modelli solo per alcuni clienti, poi, grazie al passaparola, iniziarono ad aumentare gli ordini.  stato un percorso lungo, ho anche fatto tanti errori: ma se oggi sono orgoglioso della mia carriera lo devo proprio a quelle prime esperienze, così significative e formative.

Le sue collezioni qualche anno fa hanno impressionato Parigi. Potrebbe raccontarci da cosa prende ispirazione?
Da molte cose: amo le culture differenti, il teatro, l’arte, la musica, il viaggio. La mia prima vera collezione era ispirata al trattato di Umberto Eco “Storia della bellezza”. Adoro il suo lavoro e trovo che sia una delle menti più brillanti del nostro secolo oltre che un astuto ed eloquente genio della letteratura. Per trarre ispirazione non mi limito mai a qualcosa di specifico ma scelgo sempre di essere aperto a tutto. Penso che uno stilista debba costantemente cercare di reinventare se stesso. E poi, certamente, la mia ispirazione si giova anche della collaborazione di altri creativi.

In cosa si definirebbe sudafricano e in che modo la sua creatività è influenzata dall’essere nato e cresciuto in questo paese?
Come creativo preferisco non essere definito da un posto solo, sento che il mio lavoro ha un respiro internazionale. Quello che mi influenza di più però del mio Paese sono sicuramente i colori. Noi sudafricani abbiamo un approccio irriverente ai colori, di cui io abbondo nelle mie collezioni. Trovo che le mie controparti occidentali siano molto più caute nella scelta dei colori. Anche le tradizioni artigianali del Sudafrica mi hanno ispirato: l’uso, per esempio, delle perline, che a me piace inserire nelle mie creazioni in modi differenti. Il mio lavoro è sudafricano per il semplice fatto che è prodotto e realizzato in Sudafrica.

Cosa ci può raccontare della comunità indiana sudafricana, la più grande del mondo?
È una comunità piuttosto unita e compatta, ha base soprattutto a Durban, nella provincia del Kwa-Zulu Natal. È una comunità che mantiene e sostiene molti dei valori e delle tradizioni della madrepatria. C’è un grande senso di collettività e un radicato bisogno di preservare le tradizioni culturali. Si tratta, tra l’altro, di una delle comunità più vivaci del Sudafrica che ha sicuramente il merito di aver portato nel paese tanti tessuti bellissimi e ornamenti.

Justin Rhodes Gallerista

La sua galleria “What if the World Gallery” è nata per creare iniziative e eventi per promuovere il design e i designer locali. Come è nato il progetto e perché?
L’idea che abbiamo avuto per promuovere artisti contemporanei emergenti, soprattutto nel campo del design di arredamento, è stata molto semplice: ci siamo resi conto della differenza con cui il mercato globale rappresenta i giovani talenti. Molte gallerie per esempio espongono esclusivamente gli artisti già affermati. Per combattere questa e altre discriminazioni, abbiamo voluto presentare ai collezionisti e ai curatori dei nomi nuovi, contribuendo al supporto di generazioni di creativi diverse dalle precedenti. Lo stesso discorso vale per i designer, dal momento che nessuno coltivava i giovani talenti sudafricani permettendo loro di crescere professionalmente. Abbiamo iniziato nel 2006 in un piccolo showroom/studio del quartiere di East City a Cape Town, organizzando mostre, workshop, esposizioni di design, focalizzandoci su come costruire una nuova comunità creativa. Da qui si è verificata una crescita esponenziale e oggi abbiamo trasferito la galleria in uno spazio più grande, in un’altra area della città, riservando un piccolo laboratorio ai nostri designer di arredamento.

Quali sono secondo lei le caratteristiche che contraddistinguono il design sudafricano dal design del resto del mondo?
È difficile da dire, soprattutto perché i tipi di designer con i quali operiamo nei loro lavori non esprimono necessariamente un gusto estetico “africano”. Generalmente quando le persone pensano ai prodotti “made in Africa”, li collegano immediatamente ad un certo tipo di “arte” (per esempio la Wire Art, fatta di perline), ignorando il fatto che i nostri designer si ispirano a punti di riferimento più ampi e globali. Credo, tuttavia, che la caratteristica che distingue maggiormente il nostro design sia la produzione locale e il fatto di utilizzare ciò che si riesce a reperire attorno a noi. Per certi versi si tratta di una limitazione, dato che qui non abbiamo accesso a tutto il materiale e alle tecniche di lavorazione disponibili in Europa o in altre parti del mondo, ma è proprio per questo motivo che i designer e gli artisti sudafricani emergenti sono particolarmente originali e abili.

Quanto conta l’aspetto etico e responsabile nelle vostre iniziative? È importante per voi promuovere i giovani?
Investendo nei giovani artisti e designer e aiutandoli nella promozione delle loro creazioni, sia a livello locale che internazionale, dimostriamo di esserci presi un impegno per le future generazioni di creativi di questo paese. Il fatto stesso di creare opportunità per le persone con le quali lavoriamo, raggiungendo importanti successi, offre sicuramente uno stimolo e una fonte di incoraggiamento agli altri giovani creativi. Abbiamo attivato un valido programma di sviluppo professionale e sosteniamo economicamente la produzione per la maggior parte dei lavori dei nostri artisti. Recentemente abbiamo anche creato una divisione editoriale che si occupa dell’uscita di cataloghi in edizione limitata e monografie che poi distribuiamo a collezionisti, biblioteche, musei, curatori, di tutto il mondo.

Quali sono gli aspetti competitivi con il resto del mondo che la vostra galleria offre?
Siamo ancora una galleria relativamente giovane. Direi comunque che ci contraddistingue un approccio focalizzato sul lavoro con gli artisti emergenti di tutta l’Africa del Sud. Quando organizziamo esposizioni oltreoceano – a Basilea o a New York, per esempio –  siamo tra le poche gallerie contemporanee provenienti dal continente africano, e questo fatto costituisce per noi un interessante vantaggio.

Quanto è importante per voi connettersi al resto del mondo, collaborare, aprirsi alle contaminazioni culturali, attivare partnership?
Adesso ci stiamo concentrando soprattutto sulla crescita del nostro network internazionale e sul lavoro oltreoceano. Credo che sia fondamentale mostrare al resto del mondo alcuni dei lavori più entusiasmanti che stanno venendo fuori dal Sudafrica. Abbiamo anche un forte desiderio di effettuare scambi con altre gallerie ed istituzioni. Solo quest’anno, i nostri artisti parteciperanno adoltre 10 mostre internazionali e collaborazioni con gallerie e musei del resto del mondo.

Lira Cantante

In che modo il suo essere un’artista donna (e sexy) influisce nel suo lavoro?
Penso di essere “sexy” perché non mostro troppo del mio corpo. Posso emanare sensualità anche con i vestiti addosso. La mia musica parla di autostima, di amore per il colore della propria pelle. Il fatto che sono una donna significa che, oltre ad essere apprezzata da un pubblico maschile, le donne possono identificarsi con me. La mia musica e la mia immagine riflettono una donna nuova: non più, come storicamente è stato a lungo, oggetto sessuale senza potere.
 
Quali sono i valori base su cui costruisce la sua musica?
Amore per se stessi e accettazione. Più le persone sono felici con se stesse più sono disponibili con gli altri e questo rende il mondo un posto migliore. Le mie esperienze sono tutte basate sul fatto di essere sudafricana e così la mia musica: il nostro passato è negativo ma per andare avanti giorno dopo giorno e per avere le motivazioni per guardare verso il futuro ci vuole un “sound” positivo. Per questo la mia musica è solare: aiuta me, ma anche chiunque mi ascolti. Ci sono messaggi che superano ogni confine perché in tutto il mondo lottiamo per le stesse cose.

Come artista tra i più importanti in Sudafrica, lei di fatto si trova a rappresentare il suo paese nel mondo, attraverso la musica: cosa significa per lei? In che modo usa questa posizione?
Mi rende molto orgogliosa. Io sono un risultato reale del cammino del Sudafrica post apartheid. Sono un prodotto di questo percorso e sono solo una dei tanti giovani sudafricani che illumineranno la strada per un nuovo futuro. Ci sono ancora molte cose da cambiare, ma è anche vero che noi  abbiamo una democrazia da troppo poco tempo. Tantissime persone della mia generazione sono ora libere di scegliere la carriera e il percorso che preferiscono e questo ci fa sentire più forti: ci sentiamo in grado di dare un contributo positivo al nostro paese e al mondo. Facciamo del nostro meglio, ciascuno nel suo piccolo.
 
Per lei la musica che funzione ha? Puro intrattenimento o anche mezzo con cui fare politica e contribuire a migliorare il mondo?
La musica è il mio contributo al mondo, è il modo in cui esprimo il mio talento per migliorare me stessa e gli altri intorno a me. La ragione principale della mia musica è veicolare messaggi: adoro il fatto che i miei fan possano trovare sollievo e conforto nelle parole dei miei testi o fuggire dalla negatività quando vengono a sentire un mio concerto. È un’esperienza grandiosa per me e per loro, una grande fonte di energia.
 
Quanto conta il suo paese per lei?
Il Sudafrica mi ha formato in molti modi. Ho costruito la mia intera vita qui, amo questo posto, amo le persone e il fatto che adesso ci sono così tante opportunità a disposizione. Questo probabilmente è l’unico paese in Africa dove il governo supporta concretamente le arti e rende disponibili tante occasioni. È uno dei pochi paesi dove non c’è stata una guerra civile durante la transizione. È un posto che mi dà ancora grandi speranze e motivazioni. Penso che noi abbiamo qualcosa di speciale. Siamo, per esempio,  un popolo tollerante e cordiale, forse perché da sempre abituati alle differenze, forse perché abbiamo le caratteristiche sia del primo che del terzo mondo.

Lisebo Mokhesi Interior Designer

Chi siete, cosa fate, cosa significa il vostro motto, “Il design riguarda le persone”  (Design is ultimately about people)?
Siamo un architetto,  George Boorsma, ed io, che sono designer d’interni. Con una squadra di professionisti al seguito per contribuire positivamente allo sviluppo degli ambienti. Vogliamo che il design e la riqualificazione architettonica diventino anche qui in Sudafrica parte della vita quotidiana. Abbiamo un clima fantastico e tante culture differenti: questo è di per sé un valore. Si può tuttavia fare molto in termini di miglioramento del life style: il design può impattare molto positivamente sulla vita delle persone, anche se diverse tra loro. Si tratta di capire i bisogni per dare una risposta concreta, caso per caso. Si tratta di prendere ciò che è ordinario e trasformarlo in qualcosa di incoraggiante. Cerchiamo di mettere in risalto i valori unici delle persone e dei luoghi. Anzi: si parte proprio da qui, da interessi, cose e esperienze che rendono ognuno e ogni luogo unici.

Voi avete arredato e progettato un po’ in tutto il Sudafrica. Dove esattamente?
Abbiamo lavorato in molte delle principali città sudafricane, come Johannesburg, Cape Town, Durban, Port Elizabeth e Nelspruit. Abbiamo all’attivo diversi progetti, sia pubblici che privati. Ci preoccupiamo di come l’edificio influisca sulla città e la città sull’edificio, e della relazione sociale che si stabilisce tra edificio e città. Oltre al tema dell’identità, ci interessa la sicurezza, importantissima, soprattutto in posti come Johannesburg. Il nostro lavoro è considerato piuttosto originale: colleghiamo le case alla città senza compromettere la sicurezza: per esempio, allunghiamo le pareti fino ad arrivare sul ciglio della strada, di modo che l’edificio si colleghi apertamente alla vita urbana, con le persone che passano per strada e parlano agli inquilini. Non ci piacciono le abitazioni circondati da alte pareti, sembrano prigioni: le aperture propongono un nuovo modo di abitare i luoghi, una nuova visione delle relazioni sociali e della vita.
L’altra questione su cui siamo focalizzati è l’ambiente: riciclo dell’acqua, utilizzo dell’energia solare per riscaldare e illuminare, legno km zero (cioè legno riciclato), giardini che richiedono poca acqua.

Qual è il significato del design  e dell’architettura nel Sudafrica contemporaneo?
Abbiamo vissuto molti cambiamenti sociali e politici, siamo passati da una società chiusa ad una più aperta e di larghe vedute. Architettura e design giocano un ruolo fondamentale nell’immagine che la società ha di se stessa. Da un lato cerchiamo ispirazione nel resto del mondo, dall’altro non abbandoniamo l’esperienza locale, soprattutto dal momento che il nuovo design si sviluppa sempre più da un atteggiamento glocale e che il nostro mestiere implica sempre un supporto allo stile di vita degli abitanti. Cerchiamo sempre una mediazione tra la vita all’interno di uno spazio e quella all’esterno, tra le aperture al mondo e il rispetto dei luoghi.

Che differenza c’è tra il lavorare progettando spazi pubblici e spazi privati in un paese come il Sudafrica?
Sia che si tratti di un progetto per spazi pubblici o spazi privati, la nostra idea di fondo è  che il design dovrebbe supportare l’integrazione sociale, soprattutto nelle principali città del Sudafrica. Il nostro intento è promuovere le relazioni, tra le persone, tra i luoghi, tra le costruzioni, oltre che con l’ambiente.

Voi avete vinto diversi premi e di voi hanno parlato le più prestigiose riviste d’interni e di architettura. Qual è il segreto del vostro successo?
Ci spinge la motivazione primaria di incoraggiare, attraverso il nostro lavoro, lo sviluppo: urbano, culturale, umano, esistenziale.

Lulama Xingwana Ministro Della Cultura Sudafricana

Quando la vedi è subito chiaro che c’è qualcosa di diverso dalle arie che i palazzi del potere all’italiana imprimono sui nostri politici. Il ministro della Cultura sudafricana Lulama Xingwana indossa un gessato blu giacca e pantaloni, giro di perle al collo, tacchi a spillo e chili di troppo. Lulama Xingwana è una delle tante donne che in Sudafrica fanno politica (quasi la metà degli incarichi sono rosa): quest’anno le è stato affidato il dicastero della Cultura, difficile e delicato soprattutto per l’importante appuntamento dei Mondiali di Calcio.

Evento che, dice con una punta di orgoglio, è «una grande opportunità: attirerà l’attenzione sul nostro paese di 20 milioni di persone, tutti guarderanno i match che si giocheranno nei nostri nove nuovi stadi. Stiamo ancora lavorando per implementare le infrastrutture, le strade, gli alberghi, le connessioni internet, l’offerta turistica in generale: per far conoscere l’altra faccia del nostro paese, quella creativa, quella plurale per le molte culture e tradizioni che la abitano, quella efficiente ed aggiornata. Il nostro è un paese bellissimo, ma anche capace di una ospitalità di prima classe, con infrastrutture solide, stadi ultima generazione, comunicazioni aggiornatissime, strade eccellenti, oltre che competitivo per quanto riguarda le politiche culturali, sociali e di costume». Già, perché oltre ad aver sconfitto da tempo il sessismo (grazie alle lotte di liberazione cui hanno parteicpato, uniti, sia uomini che donne, e certamente grazie anche a Nelson Mandela), anche altri diritti sono tutelati in modo evoluto, a cominciare dai matrimoni omosessuali, legali in tutto il paese. «Il nostro fiore all’occhiello in questo senso è Città del Capo, oggi un brulicare di artisti, architetti, designer, chef, musicisti internazionali arrivati qui per partecipare e continuare ad arricchire la nostra cultura, ormai simbolo internazionale di liberazione».  E per quanto riguarda i Mondiali? «Essere stati scelti come luogo per ospitare i mondiali non fa che celebrare decenni di impegno per trasformarci da paese sottomesso a fonte di opportunità».

La Fifa ha realizzato una campagna internazionale in collaborazione con il primo ministro inglese e con quello spagnolo, con il segretario di Stato americano e con la regina dei Paesi Bassi. Cosa resterà di tutta questa attenzione? «Si tratta di creare opportunità per i giovani coinvolgendoli su tutti i fronti» spiega la ministra. «Con gli altri paesi collaboriamo per istituire dei Pva (Public View Area) nelle zone più remote del paese con la funzione di portare ovunque le partite ma anche di trasformare i villaggi in oggetto di un turismo intelligente, curioso delle nostre tradizioni locali». Il focus del ministro è cogliere le innumerevoli opportunità offerte da un evento ad alta risonanza come i mondiali per correggere le ingiustizie del passato. «I bianchi hanno soppresso gran parte delle nostre culture: adesso è tempo di far esplodere le più profonde tradizioni etniche in tutto il mondo assolvendo così il nostro compito: che queste siano, per la prima volta, davvero mondiali africani». Per fare ciò sono al lavoro squadre di addetti che stanno tessendo capillari rapporti con gli enti del turismo di altri paesi in modo da creare affluenze record e gemellaggi ad ampio raggio: «Si tratta di creare pacchetti ad hoc che stimolino un nuovo corso del turismo in Sudafrica, non solo basato sui grandi parchi, ma anche sui musei storici o sulle visite a luoghi altamente simbolici del nostro continente, come l’isola-carcere di Gorè, al largo del Senegal, o le prime case degli schiavi in Tanzania.


Insomma un paese vivo, plurale, creativo. Tanto plurale e tanto creativo, il Sudafrica, da battere l’Italia, ancora prima di affrontarla sul campo da calcio, almeno in una cosa: il gender issue, la questione del genere, come lo chiama lei con un mezzo sorriso. «Tre soli ministri donne?» domanda stupita. «Dovete ancora tanto lavorare qui in Italia per raggiungere la parità tra i sessi» dice. In Sudafrica infatti il 43 per cento del Parlamento e il 43 per cento del governo è costituito da donne: sono donne il ministro di Arte e Cultura, quella delle Relazioni Internazionale e delle Cooperazioni (ex Politica Estera), quella dello Sviluppo Sociale e il ministro dell’Energia; è donna il ministro delle Miniere, quella dell’Istruzione, e quella della Scienza e Tecnologia, per dirne solo alcune. È donna il governatore della Banca Sudafricana. Ci sono donne giudici alla corte costituzionale, la carica più elevata in ambito giuridico. E ancora: donne ambasciatrici, come in Italia e in Francia. Sono donne i governatori di quattro provincie su nove: e per capire di cosa stiamo parlando – dell’importanza di ognuna di queste province - basta immaginare che il Sudafrica ha un’estensione di un milione e 220 mila chilometri quadrati: l’Italia arriva a malapena a 302 mila chilometri quadrati. Tra le ministre solo una è afrikaans, cioè bianca: il ministro delle Imprese Pubbliche. E tra le quattro governatrici solo una è di origine europea, cioè, ancora, bianca. Le altre sono tutte nere, come l’ambasciatrice sudafricana in Italia Thenjiwe E. Mtintso, che è anche rappresentante permanente dell’Onu, e come lei, Lulama Xingwana, il ministro della Cultura che fino allo scorso anno ha ricoperto il ruolo di ministro dell’Agricoltura, un dicastero altrettanto importante. «Tutto questo è dovuto al fatto che le donne in Sudafrica hanno iniziato moltissimi anni fa a partecipare alle lotte contro il colonialismo prima e contro l’apartheid dopo, cosicché si è venuto a formare un fortissimo movimento femminile non solamente in politica ma anche nel mondo degli affari, nelle organizzazioni non governative, persino nel campo religioso: in tutti questi settori ci sono donne leader. Naturalmente c’è da dire che queste donne poi si trovano a lavorare con uomini che sono sensibili al discorso di genere».


E poi aggiunge: «Lo sa perché i nostri uomini sono sensibili? Perché non hanno scelta» risponde ridendo. «Quando Mandela dopo 28 anni uscì di prigione, si trovò di fronte alle donne che avevano lottato, che si erano battute per la libertà, che erano state in trincea, che erano state in esilio, che avevano sofferto tanto quanto gli uomini. Volevano partecipare, volevano esserci. Lui disse: “Io sono troppo vecchio per queste cose. Non capisco. Cosa devo fare?”. Tu non sei pronto, ma noi sì, gli rispondemmo allungando una lista di venti donne che potevano partecipare al governo. Da allora gli uomini ci chiamano, come Jacob Zuma (attuale presidente del Sudafrica, eletto ad aprile del 2009): perché questo accada, perché ci sia sensibilità intorno al problema del genere, abbiamo organizzato molte conferenze e realizzato programmi di sensibilizzazione ed educazione alle politiche di genere. In Rwanda, per esempio, alle ultime elezioni hanno numericamente vinto le donne. Ma non c’è stata una volontà politica a nominarle nei vari dicasteri. Così non hanno quasi alcuna rappresentanza. Ma da noi, no: in cucina non ci vogliamo tornare. E non ci torneremo».

Sindiwe Magona Scrittrice

L’omicidio di una ragazza bianca che si era avventurata nella township di Guguletu. La violenza sessuale sulle bambine, anche neonate di15 giorni, da parte di uomini malati di Aids che credono così, secondo una leggenda, di guarire. Le voci di donne che voce non hanno mai avuto e che raccontano storie toccanti, fatte di piccole cose, piccoli gesti, che però restituiscono la grandezza e la complessità della vita. Sono solo alcuni degli spunti dei libri pubblicati da Sindiwe Magona in Italia, tutti per le edizioni Gorè: Da madre a madre, Guguletu Blues, Questo è il mio corpo. Sindiwe Magona è una donna di una forza straordinaria, potrebbe da sola rappresentare le mille anime del Sudafrica indomito e indomabile e sempre pieno di calore e colore. Nata nel Tranksei da una famiglia povera ma molto unita, Sindiwe si ritrova a 23 anni con tre figli, sola, in una township di Città del Capo. Il marito l’ha abbandonata, lei fa la domestica per tirare su tre bambini però ha la forza e la lucidità di riprendere a studiare, per corrispondenza: in breve si laurea. Nel 1976 il Tribunale internazionale per i crimini contro le donne la chiama a Bruxelles. Da lì all’Onu, a New York, dove ottiene un master alla Columbia University in Scienza delle organizzazioni sociali. Oggi a Città del Capo anima una Ong (Africa 2033) e insegna scrittura creativa alle donne che hanno subito violenza: una tecnica per uscire dal trauma, da cui è nato il libro Guguletu Blues.

Lei racconta spesso che la sua grande fortuna è stata quella di essere  stata lasciata da suo marito

Avevo 23 anni ed ero in attesa del terzo figlio da un marito che credevo si sarebbe preso cura di me e dei miei bambini. Invece mi abbandonò e all’improvviso mi ritrovai povera. Anche da bambina ero povera, ma avevo un padre e una madre che mi davano da mangiare. Forse non potevamo permetterci cibi nutrienti, ma non patimmo mai la fame. A quel punto invece io e i miei figli ci ritrovammo a non sapere come nutrirci. Era la metà degli anni Sessanta e non avevamo la cittadinanza sudafricana perché allora il governo ai neri non la concedeva. Perciò non avevamo diritto all’assistenza pubblica: non potevo andare all’ufficio della previdenza a chiedere aiuto per i miei bambini. Dovevo cavarmela da sola.
Ripensando alla mia infanzia, ho capito di essere stata fortunata ad avere dei genitori responsabili che sono stati un modello di comportamento per me.

Come ha fatto a sopravvivere?

Mi resi conto che soltanto l’istruzione mi avrebbe consentito di sopravvivere. Non avevo finito la scuola superiore, mi mancavano due anni al diploma. Il problema era che il governo aveva chiuso tutte le scuole serali per gli africani e io di giorno non potevo, dovevo lavorare per dare da mangiare ai miei bambini. Così ho fatto la domestica per quattro anni presso alcune famiglie di bianchi. Quando riuscii a mettere da parte un po’ di soldi, mi iscrissi a una scuola per corrispondenza e in due anni conseguii il diploma. Il fatto di avere superato gli esami nonostante avessi lasciato la scuola già da sei anni, mi incoraggiò molto. Mi stimolò ad andare avanti.

Dal diploma all’attestato di insegnamento

Riuscii ad avere un posto da insegnante. A quel punto, decisi di fare domanda per una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra. Mi iscrissi alla London University e dopo un corso di due anni superai l’esame di livello avanzato. Poi, presso l’Università del Sudafrica, Unisa, conseguii la laurea di primo livello (Bachelor of Arts). All’epoca, l’Unisa era l’unica università aperta a tutti, bianchi e neri.
Mentre io prendevo la laurea i miei figli non andavano a scuola perché all’epoca – era il 1976 – c’erano sempre disordini e gli studenti boicottavano le lezioni. Trovai un posto come insegnante in una scuola di bianchi molto prestigiosa. Ero nell’aula e guardavo come si comportavano quei ragazzi che appartenevano alla crème de la crème, all’alta società. Li paragonavo ai miei figli e alla stupide scuole che frequentavano, anzi che non frequentavano perché appunto stavano fuori a creare disordini. Anche io credevo nella libertà e nelle cause per cui i giovani lottavano. Però così non imparavano niente. I miei figli hanno perso cinque anni di scuola.

Non era d’accordo con lo slogan “Liberazione prima dell’istruzione”?

Lo ritenevo sbagliato. Adesso tutti quei giovani stanno pagando le conseguenze di aver sacrificato la loro istruzione: non trovano lavoro. Questo è un grosso problema in Sudafrica. Non mi riferisco alla disoccupazione, ma alla condizione di chi è inidoneo al lavoro. I giovani non sono qualificati per nessun tipo di lavoro e questo è spaventoso. Insomma: la mia vita è cambiata per errore. È per questo che ora, quando mi guardo indietro, ringrazio Dio che mio marito mi abbia lasciato.

Il suo libro Da madre a madre è considerato un must della letteratura sudafricana. Come è nata questa idea?

Prende lo spunto dalla storia, narrata da un punto di vista tutto particolare, dell’assassinio della studentessa americana Amy Biehl (1993): il racconto si svolge in prima persona e la voce narrante è quella del ragazzo che ha ucciso Amy. Quando avvenne il fatto, non mi colpì in modo particolare. Era un periodo pieno di violenze, di tensioni, stava crollando il regime dell’apartheid. Otto mesi dopo stavo tornando in Sudafrica per partecipare alle prime elezioni libere, quando in aeroporto incontrai un’amica. Ci mettemmo a parlare, poi il discorso cadde  su Amy Biehl: scoprii che uno dei ragazzi che aveva ucciso Amy era il figlio di una mia amica d’infanzia. Lanciai un urlo. Abitava vicino a casa mia, giocavamo insieme e, come si dice nella mia lingua xhosa quando si è molto vicini a una persona, conoscevo la sua saliva. La conoscevo veramente perché da bambine ci dividevamo le caramelle e i lecca lecca. Per la prima volta nella mia vita, provai dispiacere per la famiglia dell’autore di un crimine. Non riuscivo neanche ad immaginare come facesse la mia amica ad affrontare quella situazione. Fu così che mi venne l’idea.

E poi?

Anche se non le scrissi nemmeno una lettera, per due anni il dolore covò in me: cercai di immaginare come si sentisse la mia amica, la vergogna che provava, la sua sofferenza per la madre della vittima. Pensavo a tutte queste cose mentre la ricordavo da giovane, entusiasta, piena di vita e brillante. Nella nostra tradizione, quando una persona arreca un danno a qualcuno, deve andare da quella persona a scusarsi.

È quello che nel vostro paese avete tentato di fare con la Riconciliazione


La vita delle persone continua e non si può vivere con il rimorso, bisogna restare fianco a fianco nonostante tutto. Chi ha sbagliato deve rendersi umile di fronte alla parte offesa e quest’ultima, che ha il potere di perdonare, deve mostrare umanità nei confronti di quella persona e permetterle di andare avanti. Non si può lottare tutti i giorni della vita per una cosa che è successa un anno o dieci anni prima. Dobbiamo essere in grado di incontrarci per strada e salutarci. Forse non diventeremo amici, ma siamo esseri umani e dobbiamo convivere. Questa è la nostra tradizione.

Perchè ha iniziato a pensare a tutte le cose che la sua amica, la madre di uno degli assassini, avrebbe potuto dire alla madre di Amy?

La mia amica aveva avuto il primo figlio all’età di 14 anni e a vent’anni il marito l’aveva lasciata con tre figli. La sua vita è il prodotto tipico dell’apartheid: una vita sprecata, un potenziale mai realizzato. Il mio cuore era pieno di angoscia per lei. Poi, un giorno, a Guguletu, fu organizzata una marcia per Amy Biehl. Qualcuno pronunciò un discorso dicendo che bisognava rendere Guguletu un luogo sicuro. Ma Guguletu non era un luogo sicuro prima della morte di Amy e non lo sarebbe certo diventato dopo la marcia. Credevano che bastasse una marcia per cambiare le cose e che non capivano che bisogna prima cambiare la mentalità della gente e l’ambiente. Il mio cuore per due anni grondò di tristezza per la mia amica. Piangevo tutti i giorni pensando a cosa avrebbe detto alla signora Biehl per aiutarla a capire che non era solo suo figlio ad essere colpevole del delitto, ma tutto il Sudafrica era colpevole di avere permesso all’odio razziale di mettere radici così profonde attraverso l’apartheid. L’apartheid poteva sfociare solo nell’odio razziale. Quindi, come nazione, siamo responsabili della morte di quella ragazza americana.

E’ a questo punto che nasce il libro?

Mi sono comportata da vigliacca perché non ho telefonato alla signora Biehl e non ho nemmeno cercato il suo indirizzo. Però il pensiero che avrebbe dovuto ascoltare le parole della mia amica, le nostre parole come nazione nera e il nostro dolore per sua figlia non mi abbandonava. Un giorno partecipai a un workshop di scrittori e quando mi chiesero cosa avessi intenzione di scrivere, dissi: un libro dal titolo Mother to mother, dalla madre dell’assassino alla madre della vittima. Al che ci fu un’esclamazione di stupore. La settimana seguente avrei dovuto consegnare il primo capitolo. Così andai a casa e mi misi a scrivere. Scrissi 35 o 36 pagine nelle quali vennero fuori tutte le cose che avrei voluto dire alla signora Biehl. Sei settimane dopo, al termine del workshop, avevo scritto soltanto quelle 36 pagine. Ho impiegato un altro anno a scriverlo. All’inizio misi il libro da parte – lo chiamo libro, ma in effetti era soltanto una lettera alla signora Biehl - ma poi mi misi a pensare a cos’altro avrei potuto scrivere. Esaminare le varie possibilità non è un fatto creativo, ma è così che è nato il libro. Non ho scelto di scrivere questo libro, è il libro che mi ha chiesto di essere scritto. 

Parlò con i genitori della ragazza?

Ero terrorizzata, ma lo feci. Incontrai il padre di Amy, Peter, e gli diedi da leggere gli altri quattro libri che avevo scritto. Parlammo un po’ e poi Peter mi chiese se potevo fargli un favore, far uscire il libro il 25 agosto anziché a settembre. Naturalmente gli dissi che avrei chiesto al mio editore. Poi mi chiese una copia del libro e il mio biglietto da visita e mi invitò a bere un caffè. Mi sentivo così a disagio che rifiutai dicendo che avevo un altro appuntamento. Due mesi dopo la pubblicazione del libro, mi telefonò. Con una voce che sembrava venire dall’oltretomba mi disse: “Sono Peter Biehl. Abbiamo ricevuto il libro e l’abbiamo letto”. Poi, cambiando completamente tono, mi disse che gli era piaciuto molto e aveva acquistato 40 copie per distribuirle a tutti gli amici, compreso l’Arcivescovo Desmond. Incontrai nuovamente i Biehl a New York e quando furono invitati a parlare dei diritti umani alle Nazioni Unite mi chiesero di partecipare. Un giorno pranzammo insieme: la madre di Amy mi abbracciò e mi disse che aveva letto il libro per la seconda volta e che l’aveva aiutata a capire. Ora la famiglia Biehl ha istituito la Fondazione Amy Biehl che si occupa di giovani svantaggiati del Sudafrica, cerca di salvarli e di aiutarli a non diventare dei criminali.

Quando la Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha proposto la grazia per i quattro ragazzi, la famiglia Biehl non si è opposta

Non solo. Due di quei ragazzi adesso lavorano per la Fondazione Amy Biehl. Peter Biehl è morto, ma spesso la signora Biehl li porta con sé quando va a fare discorsi o conferenze. Nel 2002 o 2003, quando ero ancora negli Stati Uniti, vennero a New York e parteciparono a una conferenza sulla Riconciliazione. I Biehl sono persone straordinarie, che non si limitano a credere, ma agiscono. È inutile avere delle convinzioni se non si trasformano in azione. A che serve una convinzione che non si manifesta? A che serve se viene tenuta nascosta? La gente muore di fame. Siamo tutti convinti che non dovrebbe morire di fame, ma non facciamo niente. Invece dobbiamo fare qualcosa.

In occasione della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, Peter Biehl è stato in Sudafrica. Quando durante un’intervista gli è stato chiesto quale fosse stata la sua reazione alla liberazione dei quattro ragazzi, ha detto: “Spero che questi quattro giovani ricevano il sostegno di cui hanno bisogno per vivere una vita che valga la pena”

Gli assassini di sua figlia avevano bisogno di sostegno per uscire dalla disperazione e diventare dei cittadini che vivono una vita degna di essere vissuta. Se siamo intelligenti come nazione e come abitanti del mondo, dobbiamo guidare e aiutare i giovani a uscire dalla disperazione prima che si trasformino in criminali. È proprio quello che sta facendo la Fondazione Amy Biehl e spero sia quello che farà Sudafrica 2033, l’organizzazione da me fondata.

Da madre a madre viene usato in situazioni di conflitto

Negli Stati Uniti, per esempio, lo leggono insieme donne ebree e arabe in un’organizzazione di madri a Brooklyn. Non so se ricorda quel bambino nero ucciso da un rabbino e la violenza che l’episodio provocò. Queste donne stanno cercando di rimarginare quella ferita. Inoltre, viene usato anche nelle scuole per parlare della riconciliazione nel Sudafrica.

Vijay Mahajan Economista

«Novecento milioni di consumatori». Recita così il sottotitolo di Africa S.p.A., il saggio che l’economista Vijay Mahajan (già preside della Indian School of Business e titolare del John F. Harbin Centennial Chair in Business alla McCombs School of Business dell’Università di Austin, in Texas) ha voluto dedicare a un’Africa inedita, un’Africa che non sia solo guerre civili e carestie, morte e dolore. Un’Africa che «diventerà e in parte è già, un paese ricco di opportunità e con un enorme mercato in espansione, pieno di possibilità di crescita sia per le imprese che per i suoi abitanti».

James Mathenge, amministratore delegato di Magadi Soda, ha detto: «penso che il futuro del mondo sia l’Africa». Perché?
Semplice: per i bilioni di consumatori che la popolano. È ovvio che le imprese, dopo essersi aperte e avventurate in India e Cina, guarderanno nel prossimo futuro a questa opportunità. I mercati cinesi e indiani, oggi, sono molto competitivi: l’Africa diventerà quello che era l’India 15 anni fa. Il Sudafrica sta complessivamente meglio del resto del continente: prenderà il volo, come lo ha preso Singapore in Asia, diventando la piattaforma dell’Africa subsahariana. Ci sono infrastrutture funzionanti e Università. La tecnologia, poi, avrà un ruolo determinante. Johannesburg è ben connessa con il Nord America e l’Europa,  sarà un sorta di ponte tra l’Africa e il resto del mondo.

Secondo i suoi studi, la Broad Based Black Economic Empowerment (BBBEE, una legge che favorisce la ridistribuzione della ricchezza e la partecipazione alla vita economica del paese a favore delle classi sociali che ne erano state escluse durante l’Apartheid) in qualche modo potrebbe costituire un freno. Perché?
Il Financial Times scriveva proprio di questa legge, sostenendo che in Sudafrica ci sia stata una sorta di ripensamento al riguardo. Era una legge ottima per aiutare i neri ad entrare nel mainstream, per donare a chiunque delle opportunità, cioè sostanzialmente educazione, apertura per chiunque di essere, per esempio, a capo di un’impresa. Ma l’implementazione non è andata come si aspettavano. Sono preoccupati dal fatto che alla fine soltanto poche persone riescano a beneficiare di questa legge. Non sanno come migliorare. Ma d’altra parte è necessario investire in educazione: è questo che fa crescere e bisogna andare avanti in questo senso.

Nel suo libro lei descrive un mercato molto vasto, ricco di grandi possibilità, ancora non del tutto comprese. Cosa forma questo mercato in Sudafrica?
Qui il mercato è il migliore dell’Africa subsahariana e in costante rialzo, con le compagnie che avanzano senza recessioni. Sta crescendo e si sta affermando, infatti, quella che io chiamo “African Two”, una sorta di middle class, impiegata, per esempio, negli ospedali, nelle scuole, nel terziario. Questo gruppo è ambizioso, vuole educare i propri figli e assicurare loro un futuro migliore, vuole creare qualcosa di cui sentirsi orgoglioso, è ottimista e forte. Questo middle group è lo stesso che sta guidando la Cina e l’India, per esempio, con caratteristiche ovviamente differenti, ma con rappresentanti proveniente dallo stesso milieu socio-culturale. Unilever, che a Cape Town finanzia un centro di ricerca (www.unileverinstitute.co.za/), ha indagato su questo gruppo e l’ha chiamato “Black Diamont”, diamante nero: sono i futuri protagonisti del paese.

Quali sono le aree dell’economia in cui è possibile individuare un’eccellenza sudafricana o almeno una possibilità di sviluppo?
Ovunque. Il mercato è così grande che c’è solo da scegliere: sport, intrattenimento, educazione, medicina, arte. Per esempio è imponente l’industria cinematografica. Ma occorre investire. Bisogna che altri paesi, soprattutto l’Europa, facciano uno sforzo in più. In India, che al pari dell’Africa ha il legame di un passato coloniale con alcuni paesi europei, è stato investito molto, aprendo per esempio dei call center (desk di relazione con i clienti) nel paese. Viene insegnato ai bambini ad usare il computer e questo crea posti di lavoro, mobilità, sicurezza. Credo che anche in Sudafrica succederà qualcosa del genere. Oltretto l’Africa in generale ha un vantaggio che l’India o la Cina non hanno: si trova sullo stesso fuso orario dell’Europa e rispetto all’America non ha il problema dell’inversione giorno-notte. L’Unione Europea è da anni in Cina, dove per esempio ha aperto la China European International Business School a Shanghai: perché non lo fa in Africa o in Sudafrica? Solo la Francia ha aperto una scuola in Algeria e l’Olanda a Il Cairo. Questa è la sfida del nuovo secolo.

Una sfida che il suo libro lancia a tutta forza.
È proprio questo, infatti, che ha colpito del mio lavoro: vedere positivamente il continente. Coglierne le opportunità e lasciarle espandere. La mia percezione dell’Africa, prima dei viaggi che mi hanno portato a conoscerla veramente, era la stessa che hanno tutti: lì non succede niente, solo tragedie. Oggi so che non è così. Il futuro è l’Africa.