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Eruzione Del 1631

 

L'eruzione ebbe inizio nella notte tra il 15 di il 16 dicembre 1631, preceduta alcuni mesi prima da numerosi terremoti, ed alcune settimane prima da intorbidamenti dell'acqua nei pozzi, sintomi questi di un imminente evento vulcanico.

Anche questa eruzione è documentata come quella del  79, da lettere: sono le tre lettere che Giambattista Manso (fondatore dell’Accademia degli Oziosi), scrisse al suo amico Antonio Bruni.

In esse e esposto l’evento con grande efficacia descrittiva e abbondanza di particolari.

Il fenomeno durò nella sua fase acuta, circa due giorni, con una potente attività esplosiva; una vasta frattura si aprì tra i 700 e gli 800 metri sul fianco occidentale del Gran Cono. Si formarono rapidamente e simultaneamente una densa nube eruttiva e colate piroclastiche (forse anche surges) seguiti da continui terremoti di entità sempre più forte, fino alle ore 9:00 del giorno successivo.

Secondo le cronache dell’epoca, il mare arretrò e furono esalate dal cratere enormi colate di fango caldo, segno questo che l’acqua di falda superficiale era venuta in contatto con la camera magmatica (zona della crosta terrestre dove il magma può ristagnare per periodi più o meno lunghi, raffreddandosi poi e cristallizzandosi, prima di raggiungere la superficie terrestre dando origine ad una eruzione. Questa può essere in congiunzione con la superficie attraverso un condotto). Inoltre si verificarono piogge torrenziali causa la formazione di vapore intorno a nuclei di condensazione (cenere). Le lave, eruttive per un centinaio di milioni di metri cubi insieme a cenere e lapilli, percorsero 6 chilometri in poco meno di due ore; raggiunsero e demolirono Pompei, Ercolano, la Scala e persino la parte occidentale di Torre del Greco; una colata proveniente da sud – ovest inghiottì la zona tra Camaldoli della Torre e Torre Annunziata per poi arrestarsi a mare. Furono scagliate pietre fino a 90 chilometri di distanza e circa 25/30 centimetri di cenere coprirono Napoli. Il cratere stesso risultò praticamente distrutto e la sua cima calata di 450 metri.

Questi fenomeni causarono tragedie sconvolgenti ed esodi di massa: si contarono fino ad un numero di 4000 uomini ed oltre 6000 animali morti, nonché poco più di 40.000 fuggitivi, dei quali gran parte si presentarono alle porte di Napoli già dalle prime ore del mattino del 16 dicembre. Tra i primi fuggiaschi il cardinale Francesco Buoncompagno, che si trovava a Torre del Greco e che faticò non poco nel trovare un’imbarcazione disposta a trasportarlo:

Maggior disagio hebbe il S. Cardinale Buoncompagno, che ritrovatosi nella Torre del Greco e assai presso all'incendio qual'ora sentiva crescere il terremoto era dal timor cacciato al Cielo aperto, confessando Aristotele che in questi horribili casi devono anco i forti temere, ma passato quell'impeto era dal freddo ricacciato in casa . Quand'ecco sopragiugne quel che io non so finora come chiamarmi, ma dirò per ora fiume di fuoco e così vicino che non gli parve né di doverlo aspettare, né di dover uscire per la porta della casa che andava per appunto a riuscire di rimpetto all'incendio: onde gli bisognò con l'aiuto dei suoi creati calarsi da un muro ben alto dalla parte del mare. Quivi era una feluca (veliero) in cui volse imbarcarsi, ma né per prieghi, né per prezzo poté fare che i marinai s'appressar a terra,temendo anch'essi del fuoco, sì che mestier gli fu di cavalcar una chinea (mulo da sella) e sopr'essa camminare lungo la riva del mare, discostandosi il più che poteva dalle sopravvenienti fiamme. In tanto ritrovato una barchetta di pescatori con alcuni figliuoli s'imbarcò, ancor che sì il mal corredata da far viaggio che bisognò porre a' remi invece di funi le legacce dei suoi gentil Huomini per vogare, parendogli che ad ogni modo fusse più da fidarsi dell'acque che della terra per difendersi dal fuoco, e spra essa in Napoli si condusse [...] Quel dì stesso il doppo pranzo s'ordino una general processione dal Sig. Caedinale e dal S.V.Re, nella quale si condusse la Testa e il Sangue di S. Gennaro, che un'altra volta fè cessare un pari incendio nel luogo stesso, come V.S. harà letto, e fu portata alla Madonna del Carmine per uscire, gli sopraggiunse frigore e febbre per lo patimento della notte passata, sì che la processione si fè senza lui [...] (G.B. Manso, lettere del Sig. G.B. Manso scritte da Napoli al Sig. Antonio Brunbi, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", anno XIX, 1889, pp. 502-18. 

Il Cardinale Buoncompagno, assente alla prima processione, partecipò invece alla seconda, che pare avesse sortito un benefico effetto: si rivelò al popolo orante San Gennaro in persona e così "quella smisurata e altissima nuvola incontinente calò la cima quasi chinando il capo alla santa reliquia, e in subito si diede a dietro".

Per colmo di sventura in quel tempo infuriava anche la peste e si temette il peggio per la città di Napoli. Una simile calamità non poteva che indurre le autorità a provvedimenti cautelativi. In portici v'è una grande lapide scritta del gesuita padre Orso e fatta apporre dal viceré di Napoli Emanuele Fonseca nel gennaio del 1632, ad un mese esatto dall'ultima eruzione! Essa è oggi giustamente considerata il primo documento di protezione civile, poiché avverte la popolazione di fare attenzione, dati il terribile passato del Vesuvio, ai suoi movimenti e consiglia di tagliare la corda per salvare la pelle alla semplice avvisaglia dei primi terremoti.

Posteri, posteri / si tratta di voi / L'oggi illumina il domani con la sua luce / Ascoltate / Venti volte da che è sorto il sole se la storia non narra favole / il Vesuvio divampò / sempre con immane sterminio di coloro che esitarono / Vi ammonisco perché non vi trovi incerti / questa montagna ha il ventre gravido di pece / allume ferro zolfo oro argento / salnitro sorgenti d'acqua / Prima o poi prende fuoco e con il concorso del mare partorisce / ma prima di partorire / si scuote e scuote il suolo / fuma s'arrossa s'avvampa / sconvolge orrendamente l'aria / mugge emette boati tuona caccia gli abitanti delle zone vicine / fuggi finché hai tempo / ecco già lampeggia scoppia vomita materia liquida mista a fuoco / che si riversa precipitosa tagliando la via della fuga a chi si è attardato. / Se ti raggiunge è finita sei morto / In tal modo tanto più umano quanto più sovrabbondante / se temuto disprezza se disprezzato punisce gl'imprudenti e gli avari / che hanno più care la casa e le suppellettili della vita / Se hai senno ascolta la voce di questa pietra / non preoccuparti del focolare, non preoccuparti dei fagotti fuggi subito / Anno 1632, 16 gennaio / Sotto il regno di Filippo IV, / Emanuele Fonseca y Zunica conte di Monterey, Viceré.

Secondo un'antica tradizione, ancora negli anni tra le due guerre i vetturini che facevano servizio tra Portici e Napoli stazionavano sotto l'epitaffio (che dal 1720 è inglobato in palazzo Bagnara, all'angolo tra Corso Garibaldi e Via Gianturco) e vi apponevano un fascio di fiori il primo giorno di marzo di ogni anno. L'ottantenne veterano dei veterani Pasquale Improta , morto nel 1963, asseriva che il motivo originario era quello di attrarre l'attenzione di chi si recasse al Vesuvio: un chiaro invito, dunque, a leggere il terribile monito scritto sull'epitaffio. A ben considerare, le nostre autorità non  fanno di meglio quanto ad informazione sul rischio Vulcanico!

Ma, quanto a protezione civile appunto, pare che all'epoca fu fatto di più che avvertire con una lapide, se è vero ciò che racconta Alonso de Contreras (un soldato spagnolo di stanza a Nola) il quale, vedendo precipitare dalla montagna un impetuoso torrente di lava, sarebbe riuscito coi suoi commilitoni, a deviarne il corso evitando che essa giungesse nell'abitato di Nola! Bisogna Crederci?

Come si vede dunque, Napoli non fu toccata dall'eruzione mentre il territorio vesuviano ne fu flagellato: il caso di Torre dl Greco è emblematico. L'eruzione interpretata come un segno dell'ira divina provocata dai vizi di Napoli e non certo da quelli assai più modesti di Torre, fece coniare il detto: "Napoli fa i peccati e Torre li sconta". Lo stemma della città di Torre reca però un'altro motto che simboleggia la risposta a questa iattura: "Post Fata Resurgo". Cosa che successe puntualmente. E per essere più certi di farcela, ci fu chi si dilettò, come padre Grimaldi, a comporre i seguenti versi per una lapide che mai fu eseguita. Parla del Vesuvio e la sua V iniziale si ripete ossessivamente quasi come in una formula di scongiuro.

Viator Veni Vide

Varias Vicissitudines Volubiles Vitae Vanitates

Vetustissimus Venustissimus Vixi Vesuvus

Virentissimus Vernantissimus

Validissimis Viris Vberrimus

Vbi Vero Vindice Vniversa Videntis Voluntate

Viscera Vomui Vulcania Vndosa

Virulenta Voraginosa

Voracissumus Vt Vultur

Valde Velociter Viros Voravi

Vndique Vineta Vireta Vicinas Vrbes Villas Vastavi

Vellem Videns Vltricem Vindictam Vitares Vltimam

Ventris Veneris Vacuus Voluptatibus

Veram Vniversi Vitam

Verendo Venerando

L'eruzione del 1631 dovette dar luogo anche alla legenda dell'origine di Pulcinella, che sarebbe nato

dalle viscere del Vesuvio, da sempre considerato emblema della napoletanità, ma anche bocca dell'Inferno e luogo di portenti, uscendo dal guscio di un uovo comparso per volere di Plutone sulla sommità del vulcano, grazie ad un impasto fatto da due fattucchiere, che avevano chiesto un soccorritore per sanare situazioni d'ingiustizia e di oppressione.

Il binomio Vesuvio - Inferno diede la stura ad un ricco filone di trattati e libelli sull'origine infernale delle viscere del Vesuvio. Un tema ovvio, data la intesa eruttiva verificatasi in quel secolo. L'eruzione del 1631 stimolò anche una serie di pratiche tra lo scongiuro e l'implorazione più scientifiche: nel corso dell'eruzione stessa il viceré ordinò ben due processioni con il sangue e la testa di San Gennaro.

Inferno o meno, quel dicembre del 1631 cambiò il volto e la vita del territorio. Dopo cinque giorni l'attività andò scemando, continuando per diversi mesi con blande emissioni di cenere e lievi terremoti, finché tutto finì. Ma ormai la tragedia era consumata: i danni furono di gran lunga superiori a quella del 79 d.C., sopratutto per l'enormità del valore esposto: abitanti, case, opifici, strade, ecc. La stessa morfologia del vulcano e dell'area furono profondamente modificati, come poté osservare Jean - Jacques Bouchard nei suoi diari: il vulcano risultava decapitato, abbassatosi com'era di circa 400 metri, mentre il cratere allargato di circa 2,5 chilometri e, inoltre,

le rovine del Vesuvio e le ceneri hanno prolungato la terra in mare per circa cento passi di lunghezza e cinquanta/sessanta di larghezza, di modo che al posto della piccola insenatura o golfo che c'era, tutto circondato da rocce e con il mare molto profondo, oggi c'è una spiaggia che si estende in mare come un promontorio [...] si vede che queste nuove spiagge sono avanzate di 50 o 60 passi.

Il passo napoletano è 1,8 metri: per cui si parla di un centinaio di metri di avanzamento! Una nuova geografia dunque si si parava davanti al visitatore. Ma, a distanza di pochi mesi, già iniziava la ricostruzione. E ciò nonostante la continua attività del vulcano dopo l'eruzione del1631, con manifestazioni prevalentemente effusive nel 1649, 1654, 1682 e 1694. Dopo pochi anni nella cavità craterica post-eruttiva, a causa di una successiva attività "stromboliana"(l'eruzione stromboliana è caratterizzata da eruzioni discrete, di piccola energia, con lancio e deposizioni di ceneri e scorie), si formò un connetto il cui accrescimento si concluse poco prima dell'eruzione del 1737 e che fece aumentare la quota del Gran Cono oltre la cima del Somma.

Le eruzioni seicentesche furono seguite da vari studiosi: dall'inglese John Evelyn (tra i fondatori della Royal Society) che vi era salito nel 1645 a Silvestro Viola, dal marchese di Seignalay all'abate Camillo Tutini. Quest'ultimo alimentò una singolare teoria secondo la quale, partendo dall'etimologia di Vesuvio, Veh suis ("guai ai suoi"), ogni eruzione è foriera di importanti rivolgimenti politici. Per corroborare la sua tesi fu indotto ad inventare alcune eruzioni mai avvenute, ma quella del 1649 fu vera e coincise effettivamente con la rivolta di Masaniello.

A proposito di premonizioni La Smorfia, che da secoli traduce in numeri ogni evento, riporta il Vesuvio ben sette volte, a seconda delle sue performance, ai numeri 13, 18, 49, 51, 67, 84.

Intanto nuove teorizzazioni, madri della vulcanologia, sviluppatasi come scienza autonoma solo negli ultimi due secoli, cominciavano ad essere discusse in una serie di accademie culturali che, anche a seguito dell'eruzione del 1631, presero un taglio più marcatamente scientifico. E' del 1612 l'apertura della sezione napoletana dell'Accademia dei Lincei, che, oltre a Galilei, ebbe come soci gli scienziati napoletani Fabio Colonna, Ferrante Imparato e Francesco Stelluti. Nel 1611 Giambattista Manso (il cronista dell'eruzione del 1631) fondò l'Accademia degli Oziosi, trent'anni dopo nacque l'Accademia degli Investiganti. Si sviluppò inoltre una ricca stagione editoriale riferita specificamente alla recente eruzione, una vera e propria collana di best seller che fecero il giro d'Europa; da essi trassero materiale tutti gli studi successivi. I rapporti più noti furono quelli dell'abate Braccini, di G.B. Giuliani, di T. Recupito, di padre Carafa e di S. Falconi.