Home

 

Campania

Vesuvio

Insediamenti Eruz. Del 1631 Hotel Ristoranti

 

 

 

 

 

Eruzione Del 79 d.C.

 

Fino al 79 d.C. il Vesuvio non aveva altra fama che quella del suo buon vino (conosciuto come Vesuvinum) ed era ricoperto di vigneti e di boschi fino alla sommità. Il 24 agosto del 79 d.C. è la data della sua prima eruzione in epoca storica: in precedenza dovette aver vissuto un lungo periodo di quiescenza. Abbiamo il resoconto di quei terribili giorni in due lettere che Plinio il Giovane scrisse a Tacito; in esse l'autore descrive anche la morte dello zio, Plinio il Vecchio, soffocato dai fumi e dai gas eruttivi sulla spiaggia di Stabia. Riportiamo di seguito alcuni passi della VI Epistola.

"Una nube si formava (a coloro che la guardavano così da lontano non appariva bene da quale monte avesse origine, si seppe poi dal Vesuvio), il cui aspetto e la cui forma nessun albero avrebbe meglio espressi di un pino. Giacché, protesasi verso l'alto come un altissimo tronco, si allargava poi a guisa di rami: perché, ritengo, sollevata dapprima sul nascere da una corrente d'aria e poi abbandonata a se stessa per il cessare di quella o cedendo al proprio peso, si allargava pigramente. A tratti bianca, a tratti sporca e chiazzata, a cagione del terriccio o della cenere che trasportava. [... Plinio il Vecchio] mette in mare le quadriremi e si imbarca lui stesso per recar aiuto [...] giacché per l'amenità del lido la zona era molto abitata. Si affretta là donde gli altri fuggono, va diritto, rivolto il timone verso il luogo del pericolo, così privo di paura, da dettare e descrivere ogni fenomeno di quel terribile flagello, ogni aspetto,come si presenta ai suoi occhi.

Già la cenere cedeva sulle navi, tanto più calda e densa quanto più si approssimava; già della pomice e anche dei ciottoli anneriti, cotti e frantumati dal fuoco; poi ecco un inatteso bassofondo e la spiaggia ostruita da massi proiettati dal monte.

[Plinio approda a Stabia].

Frattanto dal monte Vesuvio in parecchi punti risplendevano larghissime fiamme e vasti incendi, il cui chiarore e la cui luce erano resi più vivi dalle tenebre notturne. Lo zio andava dicendo, per calmare le paure, esser case che bruciavano abbandonate e lasciate deserte dalla fuga dei contadini. Poi si recò a riposare e dormì un autentico sonno. [...] Ma il livello del cortile, attraverso il quale si accedeva a quell'appartamento, s'era già talmente alzato perché ricoperto dalla cenere mista a lapilli che, se egli si fosse più a lungo indugiato nella camera, non avrebbe potuto più uscirne. Svegliato, ne esce e raggiunge Pomponiano e gli altri che non avevano chiuso occhio. Si consultano tra loro, se debbano rimanere in luogo coperto o uscire all'aperto. Continue e prolungate scosse telluriche scuotevano l'abitazione e quasi l'avessero strappata dalle fondamenta sembrava che ora si abbassasse ora si rialzasse. Dall'altra parte all'aperto si temeva la pioggia di lapilli per quanto leggeri e porosi; tuttavia, confrontati i pericoli, egli scelse di uscire all'aperto. Ma se in lui prevalse ragione a ragione, negli altri timore a timore. Messi dei guanciali sulla testa li assicurano con dei lenzuoli; fu questo il loro riparo contro quella pioggia.

Già faceva giorno ovunque, ma colà regnava una notte più scura e fonda di ogni altra, ancor che rotta da molti fuochi e varie luci. Egli volle uscire sulla spiaggia e veder da vicino se fosse possibile mettersi in mare; ma questo era ancor agitato e impraticabile. Quivi, riposando sopra un lenzuolo disteso, chiese e richiese dell'acqua fresca e la bevve avidamente. Ma poi le fiamme e il puzzo di zolfo che le annunciava mettono in fuga taluni e riscuotono lo zio. Sostenuto da due schiavi si alzò in piedi, ma subito ricadde perché, io suppongo, l'aria ispessita dalla cenere aveva ostruita la respirazione e bloccata la trachea che egli aveva per natura delicata e stretta e frequentemente infiammata.

Quando ritornò il giorno (il terzo dopo quello che aveva visto per ultimo) il suo corpo fu trovato intatto e illeso, coperto dei panni che aveva indosso: l'aspetto più simile a un uomo che dorme, che a un morto".

Pompei e Stabia furono sepolte sotto una coltre di cenere e lapilli, mentre Ercolano fu sommersa da un mare di fango ad eruzione terminata. I danni furono enormi (si stima che solo a Pompei morissero circa 2000 persone); l'imperatore Tito istituì una commissione per i soccorsi e destinò ai superstiti i beni recuperati.

I primi tentativi di ricostruzione di Pompei e di altri centri furono spazzati via da una nuova eruzione nel 202 e nel 472; nel 512 Teodorico, re dei Goti, condonò le imposte ai sudditi colpiti da un'altra eruzione. Molte altre ne seguirono fino fino al 1139; seguì  un lungo periodo di stasi in cui il Vesuvio si ripopolò e si ricoprì di vegetazione fino alla cima; ma l'attività vulcanica riprese improvvisamente il 16 dicembre 1631: tutti gli abitati vicini furono distrutti, morirono circa 3000 persone e il fumo oscurò il celo fino al Golfo di Taranto per più giorni.

Da allora le eruzioni furono numerosissime: tra le più importanti quella del 1694, 1767, 1794 (che rase al suolo Torre del Greco), 1872 e 1906.

Dal 1933 al 1944 l'attività fu continua e il Vesuvio si presentava col caratteristico "pennacchio" di fumo; l'ultima eruzione si ebbe nel marzo 1944; il vulcano, ancora attivo, è attualmente in fase di quiete. Raggiungendo il cratere (esiste anche un impianto di teleferica) si possono osservare i fenomeni come le fumarole e spaziare con lo sguardo su un panorama vastissimo.

Le fertili pendici del Vesuvio sono coltivate prevalentemente a vigneto e a frutteto.