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Fino al 79 d.C. il Vesuvio
non aveva altra fama che quella del suo buon vino
(conosciuto come Vesuvinum) ed era ricoperto di vigneti e di
boschi fino alla sommità. Il 24 agosto del 79 d.C. è la data
della sua prima eruzione in epoca storica: in precedenza
dovette aver vissuto un lungo periodo di quiescenza. Abbiamo
il resoconto di quei terribili giorni in due lettere che
Plinio il Giovane scrisse a Tacito; in esse l'autore
descrive anche la morte dello zio, Plinio il Vecchio,
soffocato dai fumi e dai gas eruttivi sulla spiaggia di
Stabia. Riportiamo di seguito alcuni passi della VI
Epistola.
"Una nube si formava (a
coloro che la guardavano così da lontano non appariva bene
da quale monte avesse origine, si seppe poi dal Vesuvio), il
cui aspetto e la cui forma nessun albero avrebbe meglio
espressi di un pino. Giacché, protesasi verso l'alto come un
altissimo tronco, si allargava poi a guisa di rami: perché,
ritengo, sollevata dapprima sul nascere da una corrente
d'aria e poi abbandonata a se stessa per il cessare di
quella o cedendo al proprio peso, si allargava pigramente. A
tratti bianca, a tratti sporca e chiazzata, a cagione del
terriccio o della cenere che trasportava. [... Plinio il
Vecchio] mette in mare le quadriremi e si imbarca lui stesso
per recar aiuto [...] giacché per l'amenità del lido la zona
era molto abitata. Si affretta là donde gli altri fuggono,
va diritto, rivolto il timone verso il luogo del pericolo,
così privo di paura, da dettare e descrivere ogni fenomeno
di quel terribile flagello, ogni aspetto,come si presenta ai
suoi occhi. Già la
cenere cedeva sulle navi, tanto più calda e densa quanto più
si approssimava; già della pomice e anche dei ciottoli
anneriti, cotti e frantumati dal fuoco; poi ecco un inatteso
bassofondo e la spiaggia ostruita da massi proiettati dal
monte. [Plinio approda
a Stabia]. Frattanto
dal monte Vesuvio in parecchi punti risplendevano
larghissime fiamme e vasti incendi, il cui chiarore e la cui
luce erano resi più vivi dalle tenebre notturne. Lo zio
andava dicendo, per calmare le paure, esser case che
bruciavano abbandonate e lasciate deserte dalla fuga dei
contadini. Poi si recò a riposare e dormì un autentico
sonno. [...] Ma il livello del cortile, attraverso il quale
si accedeva a quell'appartamento, s'era già talmente alzato
perché ricoperto dalla cenere mista a lapilli che, se egli
si fosse più a lungo indugiato nella camera, non avrebbe
potuto più uscirne. Svegliato, ne esce e raggiunge
Pomponiano e gli altri che non avevano chiuso occhio. Si
consultano tra loro, se debbano rimanere in luogo coperto o
uscire all'aperto. Continue e prolungate scosse telluriche
scuotevano l'abitazione e quasi l'avessero strappata dalle
fondamenta sembrava che ora si abbassasse ora si rialzasse.
Dall'altra parte all'aperto si temeva la pioggia di lapilli
per quanto leggeri e porosi; tuttavia, confrontati i
pericoli, egli scelse di uscire all'aperto. Ma se in lui
prevalse ragione a ragione, negli altri timore a timore.
Messi dei guanciali sulla testa li assicurano con dei
lenzuoli; fu questo il loro riparo contro quella pioggia.
Già faceva giorno ovunque, ma colà regnava
una notte più scura e fonda di ogni altra, ancor che rotta
da molti fuochi e varie luci. Egli volle uscire sulla
spiaggia e veder da vicino se fosse possibile mettersi in
mare; ma questo era ancor agitato e impraticabile. Quivi,
riposando sopra un lenzuolo disteso, chiese e richiese
dell'acqua fresca e la bevve avidamente. Ma poi le fiamme e
il puzzo di zolfo che le annunciava mettono in fuga taluni e
riscuotono lo zio. Sostenuto da due schiavi si alzò in
piedi, ma subito ricadde perché, io suppongo, l'aria
ispessita dalla cenere aveva ostruita la respirazione e
bloccata la trachea che egli aveva per natura delicata e
stretta e frequentemente infiammata.
Quando ritornò il giorno (il terzo dopo
quello che aveva visto per ultimo) il suo corpo fu trovato
intatto e illeso, coperto dei panni che aveva indosso:
l'aspetto più simile a un uomo che dorme, che a un morto".
Pompei e Stabia furono sepolte sotto una
coltre di cenere e lapilli, mentre Ercolano fu sommersa da
un mare di fango ad eruzione terminata. I danni furono
enormi (si stima che solo a Pompei morissero circa 2000
persone); l'imperatore Tito istituì una commissione per i
soccorsi e destinò ai superstiti i beni recuperati.
I primi tentativi di ricostruzione di Pompei
e di altri centri furono spazzati via da una nuova eruzione
nel 202 e nel 472; nel 512 Teodorico, re dei Goti, condonò
le imposte ai sudditi colpiti da un'altra eruzione. Molte
altre ne seguirono fino fino al 1139; seguì un lungo
periodo di stasi in cui il Vesuvio si ripopolò e si ricoprì
di vegetazione fino alla cima; ma l'attività vulcanica
riprese improvvisamente il 16 dicembre 1631: tutti gli
abitati vicini furono distrutti, morirono circa 3000 persone
e il fumo oscurò il celo fino al Golfo di Taranto per più
giorni. Da allora le
eruzioni furono numerosissime: tra le più importanti quella
del 1694, 1767, 1794 (che rase al suolo Torre del Greco),
1872 e 1906. Dal 1933
al 1944 l'attività fu continua e il Vesuvio si presentava
col caratteristico "pennacchio" di fumo; l'ultima eruzione
si ebbe nel marzo 1944; il vulcano, ancora attivo, è
attualmente in fase di quiete. Raggiungendo il cratere
(esiste anche un impianto di teleferica) si possono
osservare i fenomeni come le fumarole e spaziare con lo
sguardo su un panorama vastissimo.
Le fertili pendici del Vesuvio sono coltivate
prevalentemente a vigneto e a frutteto.
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